<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-2328171715272376701</id><updated>2012-02-16T09:26:42.792-08:00</updated><title type='text'>se il partito democratico ha un futuro</title><subtitle type='html'>diario d'un democratico nella rete</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2328171715272376701/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>a. c.</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>7</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2328171715272376701.post-7545847528644738101</id><published>2009-12-05T04:34:00.001-08:00</published><updated>2009-12-15T06:04:09.829-08:00</updated><title type='text'>CONCLUSIONI PROVVISORIE</title><content type='html'>CONCLUSIONI PROVVISORIE. IL FUTURO DEL PARTITO DEMOCRATICO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le Primarie del 25 ottobre sembrano aver restituito fiato ed energia al Partito Democratico. I sondaggi registrano una ripresa di consensi, ed anche l’annunciata fuoriuscita di Rutelli non sembra aver turbato, più tanto, militanti ed elettori della principale forza del centrosinistra italiano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al contrario, il PDL e la maggioranza di governo sembrano vivere una fase travagliata e di conflittualità interna, come finora non si era vista. Tutto questo è la conseguenza dell’indebolimento della leadership del premier, colpito dagli scandali sessuali che hanno animato il dibattito pubblico e dalle sue vicende giudiziarie. Nel frattempo Fini ha lanciato la sua sfida alla leadership berlusconiana, differenziandosi progressivamente su questioni cruciali quali la laicità dello Stato, l’integrazione degli immigrati, la riforma della Costituzione, per profilare l’idea di una destra non populista, liberale, europea, moderna, rispettosa dei diritti dell’individuo. Il suo progetto non è a mio avviso far cadere il Governo, né causare una scissione del PDL, ma modificarne l’impianto culturale e proporsi come leader di una destra possibile per il futuro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ troppo presto per dire che assistiamo ad un declino del berlusconismo, sicuramente però possiamo dire che la sua egemonia sulla società italiana, che è un dato di fatto, sia stabile e non superabile nel breve o medio tempo. Eppure, si comincia a discutere, come ha fatto di recente il Segretario del PD, di possibile tramonto del berlusconismo. Se questo avviene, non è perché Berlusconi ha commesso qualche leggerezza nelle sue frequentazioni femminili né tanto meno per l’eroismo, o a seconda dei punti di vista la cattiveria dei magistrati. L’egemonia berlusconiana appare sempre più come una realtà a rischio per la semplice ragione che anche la destra, così come la sinistra, in questi anni non ha saputo portare a compimento la transizione italiana ed europeizzare il Paese. Il berlusconismo sempre più appare come il frutto della transizione incompiuta piuttosto che il suo approdo, il prodotto di una delegittimazione generale della politica, che non a caso anche a sinistra genera l’affermarsi di posizioni populiste e predemocratiche (vedi il fenomeno del dipietrismo).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se questa mia analisi corrisponde al vero, ci sono spazi assai importanti per il Partito Democratico, per proporsi come alternativa credibile alla possibile crisi della destra berlusconiana. Per potersi affermare come tale, occorre però un impegno nel profondo nella società; non è sufficiente un buon programma di governo, occorre modificare mentalità e costumi degli italiani, ricomporre fratture e abbattere barriere secolari, tra Nord e Sud del Paese, tra cattolici e non cattolici, tra italiani e nuovi cittadini provenienti da altri popoli. Occorre fare i conti con i propri limiti e proporsi con una piattaforma chiara e convincente di modernizzazione del Paese, a partire da un proprio autonomo sistema di valori.&lt;br /&gt;E’ possibile che nello scenario futuro prossimo della politica italiana, lo sfidante del PD non sarà più Berlusconi, e la partita non sarà quindi come è avvenuto negli ultimi 15 anni tra berlusconiani ed antiberlusconiani, tra due modelli alternativi persino sul piano antropologico, e che quindi il confronto sia tra due ipotesi diverse di fuoriuscita di una lunga transizione che ormai da troppo tempo non vuole concludersi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sarebbe un bene per il Paese, ma sta solo ed esclusivamente al Partito Democratico trovarsi pronto a questo appuntamento. Gli elementi essenziali che ho provato a delineare per un PD che sia pronto alla sfida sono l’elaborazione di una nuova visione del mondo, l’individuazione di un’etica condivisa, la proposta di un progetto di integrazione ed europeizzazione del Paese che unifichi Nord e Sud dell’Italia.&lt;br /&gt;Senza questo salto di qualità, il PD rischia di essere una riedizione del PCI, non per  visione ideologica, ma per funzione: ossia, rappresentare una opposizione forte e radicata, ma incapace di proporsi come forza di governo e saranno altri a giocare la partita del dopo Berlusconi. Questo è il ruolo cui corre il pericolo di ridursi un PD che non sappia porsi l’obiettivo di laicizzare la società italiana e allo stesso tempo diventare il primo partito dei cattolici italiani, di incarnare l’ansia di riscatto della società meridionale e contemporaneamente interpretare le esigenze di modernizzazione delle piccole imprese settentrionali, rappresentare il mondo del lavoro delle fabbriche e dare voce al popolo delle partite IVA. In poche parole, avere un progetto ambizioso di riunificazione ed europeizzazione dell’Italia, la forza e la credibilità per realizzarlo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bersani ha il compito di dimostrare che la classe dirigente che in questi ultimi 15 anni ha fondato prima l’Ulivo, esperienza conclusasi in modo fallimentare, e poi il PD, abbia ancora le carte in regola per rinnovarsi e portare fino in fondo la sfida per il governo dell’Italia del nuovo secolo. Se anche questa volta fallirà, non potrà che essere una leadership di nuova generazione a raccogliere il testimone da chi l’ha preceduta.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2328171715272376701-7545847528644738101?l=seilpartitodemocratico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/feeds/7545847528644738101/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/2009/12/conclusioni-provvisorie.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2328171715272376701/posts/default/7545847528644738101'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2328171715272376701/posts/default/7545847528644738101'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/2009/12/conclusioni-provvisorie.html' title='CONCLUSIONI PROVVISORIE'/><author><name>a. c.</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2328171715272376701.post-2868350812293001845</id><published>2009-12-05T02:51:00.000-08:00</published><updated>2009-12-14T01:36:55.020-08:00</updated><title type='text'>BREVE SAGGIO. SESTA PARTE</title><content type='html'>LA QUESTIONE MORALE E LE CLASSI DIRIGENTI DEL PD&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si parla da tempo nel PD dell’esistenza di una questione morale, relativa alle sue classi dirigenti. Da ormai diverso tempo si sono succeduti scandali e indagini della magistratura che hanno coinvolto amministratori e dirigenti politici del Partito Democratico in diverse realtà: Abruzzo, Firenze, Napoli, la Puglia, la Calabria e infine il Lazio con le dimissioni di Marrazzo da Presidente della Giunta Regionale del Lazio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La mia regione, l’Abruzzo, è stata tra le più colpite: la sua Giunta regionale, presieduta da una personalità di spicco e di rilievo nazionale come Ottaviano Del Turco, già segretario aggiunto nella CGIL di Lama, poi segretario del PSI nel dopo Craxi e Ministro delle Finanze nel Governo Amato, è stata decapitata per un giro di tangenti relative alla sanità privata, su cui il processo è ancora in via di definizione. Successivamente, è stata la volta del sindaco di Pescara nonché leader del PD abruzzese, Luciano D’Alfonso, anch’egli indagato dalla Procura di Pescara. Ho quindi vissuto in prima persona insieme con tanti dirigenti abruzzesi l’ondata di scandali che nella primavera scorsa ha travolto il PD a livello nazionale, e che ha avuto l’epicentro proprio nella nostra regione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non voglio entrare nel merito di procedimenti giudiziari, che almeno per quanto riguarda le vicende abruzzesi presentano tuttora molti lati oscuri. Si tratta di vicende, sia quelle relative alla mia regione sia quelle relative ad altre realtà del Paese, tra loro diverse e su cui bisogna tuttora fare chiarezza. Ciò nonostante, perché tanti episodi si sono succeduti nel corso dei mesi recenti mettendo a così dura prova la tenuta del partito? Non può essere il frutto di una concatenazione di eventi puramente casuale, né si può ovviamente credere nell’esistenza di un complotto che abbia puntato a colpire il PD, che coinvolga realtà e situazione così lontane e diverse tra di loro. Una risposta a questo interrogativo è necessario darla, ed esso si è sintetizzato nella domanda: esiste una questione morale nel PD?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In primo luogo, occorrerebbe fare ciò che invece si elude sistematicamente di fare: analizzare qual è il concetto di cui si discute. L’espressione questione morale fu coniata da Enrico Berlinguer, Segretario Generale del PCI, in un’intervista a Scalfari su La Repubblica del 1981. Da allora sono passati “soltanto” 28 anni ma è come se fosse un secolo! La mia impressione è che la politica e la società cui si riferiva il leader del comunismo italiano appartengano ad un altro mondo e che la categoria della questione morale sia anch’essa appartenente ad un’altra epoca. So che è invece luogo comune affermare che la questione morale è l’eredità berlingueriana più attuale, ma personalmente non condivido. Il Berlinguer del 1981 è un leader sconfitto, emarginato dal gioco politico, sulla difensiva dopo il fallimento della strategia del Compromesso Storico, alla ricerca di contenuti che conferiscano un minimo d sostanza alla proposta fumosa ed evanescente dell’Alternativa Democratica. Con ciò non voglio dire che l’enunciazione della Questione Morale fosse priva di un suo fondamento e non contenesse una verità profonda. Ciò che Berlinguer intuì, con la lungimiranza che gli era propria, e che s’intravvede chiaramente nel rileggere l’intervista al fondatore de La Repubblica, è la crisi del sistema dei partiti, il distacco sempre più profondo tra di essi e la società italiana, il loro ridursi a macchine di potere dedite all’occupazione sistematica delle istituzioni. La sua critica era ovviamente rivolta essenzialmente ai partiti di governo, a quel Pentapartito che allora doveva ancora configurarsi come tale, allora appena agli esordi di uno strapotere che sarebbe durato un decennio e che nessuno poteva immaginare allora sarebbe crollato come un castello di sabbia nel giro di undici anni; e questo dimostra la profondità della visione berlingueriana, per quanto drammaticamente priva di sbocchi strategici. Con la questione morale Berlinguer voleva, da un lato, segnare l’alterità del suo partito, che aveva il suo corollario nella cosiddetta “diversità comunista”, proponendolo come punto di riferimento imprescindibile di qualsiasi alternativa di governo, e dall’altro, metterlo al riparo da degenerazioni del sistema democratico che pure rischiavano di coinvolgerlo e che avrebbero poi portato a Tangentopoli. Non si può dire che non raggiunse in buona parte il suo obiettivo: il suo PCI, per quanto escluso dall’area di governo e sempre più isolato, riuscì ad affermarsi come “riserva morale” del Paese, nonostante singoli episodi di coinvolgimento nella corruzione dilagante, e su questa base comunque preservare il suo consenso e consolidarlo, finché nelle elezioni europee del giugno 1984 il PCI, grazie anche all’impatto emotivo della scomparsa appena avvenuta del suo capo, per la prima volta riuscì a scavalcare la DC e diventare il primo partito italiano, con oltre il 33% dei consensi. Tuttavia, dopo la sua morte seguirà un lento declino, che però non impedì ai comunisti italiani di essere l’unico partito storico tra i fondatori della Repubblica a sopravvivere alla tempesta di Mani Pulite, anche grazie alla svolta di Achille Occhetto che trasformò il PCI in PDS e fece confluire il partito nell’Internazionale Socialista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è da dire inoltre che Berlinguer contornava la sua analisi sulla questione morale di tutta una serie di precisazioni volte ad evitare che essa fosse intesa in senso ideologico, moralistico, a darle un contenuto realistico e concreto, fondato sul tipo di rapporto tra società e politica che si andava profilando in Italia. Di fronte all’evidente degenerazione del sistema partitico italiano e al suo allontanarsi sempre più dalle esigenze di modernizzazione della società, del resto lo slogan della questione morale, proprio perché semplicistico, aveva una sua presa su settori non piccoli della società, anche se l’isolamento politico e la chiusura conservatrice di Berlinguer su altri versanti della sua politica, come sulle riforme istituzionali e della politica economica (vedi referendum sulla scala mobile), resero progressivamente il PCI incapace di raccogliere ed interpretare la domanda di cambiamento del Paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutte queste specificazioni realistiche dell’analisi berlingueriana peraltro si sono purtroppo perse nel tempo, e la questione morale si è tramandata negli anni secondo una declinazione assolutamente sbagliata e fuorviante. Ed era inevitabile che fosse così, dato che la sua stessa denominazione contiene un’aporia insuperabile, ossia quella di confondere due piani che non possono stare insieme: la politica e la morale. La separazione tra politica e morale, di cui il primo e principale teorico fu il nostro Machiavelli, è una delle premesse della laicizzazione dello Stato e della politica; senza di essa non sarebbe stato creato lo Stato di diritto. La politica può al massimo avere un rapporto, non però immediato, con l’etica, nel senso di trarre dall’etica condivisa, emergente dal dibattito pubblico, regole e norme che poi si traducano nell’assetto istituzionale e nella legislazione di uno Stato. Mai e poi mai in un regime democratico e liberale la politica può giudicare la moralità dei comportamenti, compito che invece compete ad altri attori sociali (la Chiesa, la scuola, la famiglia); per ciò che riguarda lo Stato, ad esso non interessa la moralità degli individui se non per gli eventuali reati da essi commessi, la cui persecuzione tuttavia spetta ad organi specifici, nella fattispecie quelli giudiziari, nei limiti imposti dalla legge. La Questione Morale di cui si discute oggi è dunque un residuo antistorico di una visione ideologica della politica, quale era quella che caratterizzava il PCI berlingueriano, peraltro frutto in particolare dell’elaborazione di un gruppo interno al comunismo italiano minoritario ma molto attivo culturalmente, quello dei rodaniani, ossia dei cattocomunisti, unici davvero titolati ad essere così definiti, in quella fase molto influenti sulla leadership berlingueriana. Questa visione, separata peraltro dal contesto storico e dagli elementi di analisi da cui era stata prodotta, non può che avere effetti disastrosi sul piano culturale e ideologico, poiché ha alla sua base la presunzione di una superiorità morale da parte di chi se ne appropria e se ne fa banditore, che non è accettabile in un sistema democratico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se poi questa concezione moralistica si mescola con il giustizialismo e l’idealizzazione della magistratura, che ha pervaso la sinistra italiana negli ultimi vent’anni, prima per il sostegno non ingiustificato all’opera svolta dalla magistratura nella lotta alla corruzione e alla mafia e poi, successivamente, per reazione alla conflittualità berlusconiana verso i giudici, il disastro culturale è bello e fatto. La sinistra si ritrova, orfana della diversità berlingueriana, a giudicare la società e se stessa con lenti del tutto deformate.&lt;br /&gt;L’Italia degli anni novanta e del nuovo secolo non è l’Italia degli anni settanta e ottanta; allora la caratteristica dominante è lo strapotere dei partiti e dello Stato sulla società; oggi è la debolezza e la fragilità della politica di fronte agli spiriti animali di un capitalismo globale trionfante, di interessi corporativi e poteri economici che si appropriano della politica fino al caso limite berlusconiano dell’Azienda che si fa direttamente Partito.&lt;br /&gt;Questa evoluzione che non è solo italiana, nel nostro Paese raggiunge livelli parossistici, dato il tradizionale sentimento antipolitico che domina la nostra cultura, o se si preferisce incultura democratica. Interpretare questo fenomeno con la lente della questione morale vuol dire non capire nulla e non coglierne l’essenza. Significa non cogliere innanzi tutto perché la magistratura, nel perseguire giustamente il malcostume della corruzione che è ampiamente diffuso purtroppo in Italia, oggi come venti anni fa finisca con il colpire prevalentemente i politici, e quasi mai i poteri economici e gli apparati burocratici che della corruzione sono partecipi protagonisti. Significa non comprendere nemmeno ciò che per l’appunto è accaduto venti anni fa, quanto le inchieste di Mani Pulite portarono al tracollo di quasi tutti i partiti che avevano contribuito a fondare e costruire la democrazia italiana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quei partiti, la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista, il Partito Repubblicano, ecc., furono delegittimati e spazzati via non da Tangentopoli, che come sistema esisteva da anni se non da decenni senza che ciò avesse minimamente incrinato il loro potere e senza che i giudici avessero avuto né il coraggio né la forza di scalfirlo, e quei pochi che ci provarono furono rapidamente messi nelle condizioni di non nuocere. Furono al contrario messi in crisi e colpiti a morte dal venire meno della loro funzione storica, non solo in conseguenza del crollo del Muro di Berlino, che è stato solo la spinta finale di un lungo processo di svuotamento della democrazia dei partiti che in realtà aveva cominciato a perdere ruolo e credibilità già dalla fine degli anni settanta. La crisi irreversibile del sistema partitico della Prima Repubblica fu in realtà determinata dal suo immobilismo, dalla mancanza di ricambio delle classi dirigenti e in definitiva dalla sua incapacità di corrispondere alle esigenze di modernizzazione della società italiana, rese sempre più impellenti dall’integrazione europea e dalla competizione economica globale. Una parte consistente di essa a cominciare dal mondo dell’impresa e dai ceti economici più dinamici, divenne così progressivamente consapevole della necessità di liberarsi da quel sistema che non garantiva più la coesione del Paese e la sua crescita. Il crollo del muro di Berlino e la fine dei vincoli della Guerra Fredda furono il contesto in cui ciò fu possibile che avvenisse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E se oggi si torna a parlare di questione morale, e da più parti si è evocato il riaffiorare di un clima analogo a quello respirato nel periodo di Tangentopoli, è perché oggi come allora siamo di fronte ad una crisi di rappresentanza di una classe dirigente politica, che non stata capace in questi quasi vent’anni di Seconda Repubblica di mantenere fede alle promesse di modernizzazione del Paese: nessuna decisiva riforma economica e sociale è stata portata a compimento o quasi, i tentativi di modifica della Costituzione e dell’assetto istituzionale per rendere più efficiente ed efficace la nostra democrazia sono tutti miseramente falliti, la distanza tra Nord e Sud dell’Italia è tornata a crescere, in termini di infrastrutture materiali ed immateriali, di efficienza dei servizi, di livelli di reddito e così via. E ciò si aggiunge al fatto che la politica oggi è assai più debole di quanto non lo fosse venti anni fa, sempre più si riduce a mera tecnica di gestione del consenso e del potere. Dentro questo fallimento della politica italiana, c’è il fallimento non del Partito Democratico, ma di gran parte del ceto politico del centrosinistra che ha fondato il nuovo partito guidato oggi da Bersani. La politica ha perso in questi anni la sfida dell’innovazione del cambiamento, e si è smarrita, ha perso autonomia e ruolo. Da questo scaturisce la sua delegittimazione, ed anche quella dei gruppi dirigenti attuali del Partito Democratico. Per queste ragioni, oggi i suoi dirigenti sono spesso sotto accusa in particolare nel Mezzogiorno. E’ nelle realtà del Sud Italia, più che altrove, che il centrosinistra aveva progressivamente ricevuto un investimento di fiducia, a partire dalla stagione dei Sindaci eletti direttamente dai cittadini, per il cambiamento e la rinascita civile di quei territori. E alla lunga invece il centrosinistra, soprattutto nel governo delle Regioni, di fronte all’impossibilità di un reale cambiamento in assenza di una politica nazionale che lo favorisse, si è adagiato nella gestione dell’esistente. Dalla gestione dell’esistente al diffondersi di fenomeni di clientelismo, nepotismo, corruzione e in qualche caso connivenza con la criminalità organizzata, in realtà, il passo è molto più breve di quanto non si pensi. Così come è abbastanza facile che in regioni centrali come la Toscana, dove la sinistra governa da decenni in assenza di ricambio, e che sono quelle più in sofferenza di fronte ad un sistema-Paese che non si modernizza, possano anche in questo caso diffondersi fenomeni di degenerazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Avere interpretato il succedersi di indagini della magistratura verso amministratori e dirigenti del PD attraverso la categoria della questione morale, coma ha fatto tutto il gruppo dirigente postcomunista, da Veltroni a Bersani, oppure in termini di “singole mele marce” come invece le ha definite Franceschini, è stato da un lato sintomo di un grave ritardo culturale, dall’altro un comodo alibi per non affrontare la sostanza del problema: ossia, la delegittimazione e la crisi di rappresentanza della propria classe dirigente. Questo modo di impostare la crisi delle classi dirigenti è stato esiziale, perché peraltro ha avuto due effetti assai negativi: uno, sul medio periodo, di impedire per l’appunto al partito di vedere qual è la sostanza della questione, l’altro più immediato di generare sconcerto e disorientamento negli elettori, in specie di sinistra, abituati a rappresentare i propri dirigenti come superiori sul piano morale, e a pensare allo stesso tempo che i giudici siano infallibili e quindi non possano sbagliare. Agitare la questione morale da parte dei dirigenti del PD è quindi stata percepita da loro come una grave ammissione di colpa, non politica, il che sarebbe anche emendabile ma morale, il che è per loro imperdonabile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli elettori di sinistra dovrebbero invece abituarsi all’idea laica che non esistono partiti e gruppi dirigenti “geneticamente” onesti e moralmente superiori; come accade in tutto il mondo, soprattutto quando si partecipa della gestione del potere politico governativo, possono esserci, in qualsiasi partito, fenomeni di corruzione, abusi, illegalità. Ciò che la politica deve garantire, e soprattutto le forze progressiste e democratiche, sono regole chiare ed efficaci di trasparenza, di autocontrollo, di sanzione ed allontanamento di chi sbaglia, di ricambio dei gruppi dirigenti. Il Partito Democratico, anziché ripetere formule come la questione morale che appartengono a visioni ideologiche del passato, dovrebbe piuttosto contribuire a porre in Italia la questione etica dell’autoregolamentazione della politica e della sua riforma, ma soprattutto della necessità di restituire alla politica autonomia e capacità decisionale. E del resto, sono questioni tra loro connesse: senza un codice etico di autoregolamentazione, che ad esempio vieti le candidature di chi è oggetto di procedimenti giudiziari per reati gravi o impedisca conflitti d’interesse, non solo per chi è proprietario di mezzi d’informazione, ma anche per tutte le categorie potenzialmente portatrici di interessi conflittuali con l’interesse pubblico, non ci sarà nessuna credibilità e autorevolezza della politica; senza autonomia della politica non c’è codice di condotta che tenga.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è di questo, tuttavia, che si è discusso nel Partito Democratico, dopo i casi dell’Abruzzo, di Firenze, di Napoli; ci si è invece auto - flagellati sulla questione morale per settimane, pagando così un caro prezzo sul piano elettorale a favore d Di Pietro, e si è rinviato invece l’avvio di un processo di ricambio dei gruppi dirigenti, che invece era e resta il problema impellente da affrontare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il rinnovamento dei gruppi dirigenti è il più complesso dei problemi che un partito possa affrontare; esso non s’improvvisa, è il frutto di processi dolorosi, dato che la tendenza più naturale ed innata per i gruppi dirigenti di un partito è l’autoconservazione. D’altra parte, nessun partito, tanto meno un partito che aspira al governo, si può permettere di improvvisare, la credibilità dei gruppi dirigenti è ciò che conferisce credibilità ed autorevolezza ad un partito. Il rinnovamento, storicamente, secondo le esperienze che si sono realizzate nel tempo nella lunga storia dei partiti politici, può avvenire essenzialmente in due modi: o per selezione guidata e graduale, come avveniva principalmente nel PCI, o attraverso i conflitto e la capacità di una nuova generazione di imporsi sulla vecchia, come è accaduto nella vicenda del PSI, basti pensare al famoso colpo di mano con cui Craxi e Signorile s’impadronirono della direzione del partito in occasione della riunione tenutasi al Midas, celebre hotel della capitale. Se volgiamo lo sguardo a ciò che è accaduto di recente nel mondo, nei partiti di area progressista, vediamo che il ricambio delle leadership è avvenuto prevalentemente attraverso la via conflittuale; in molti casi abbiamo avuto modalità “miste”, in cui un rinnovamento avviato attraverso il controllo e la selezione da parte dei gruppi dirigenti storici è stata improvvisamente accelerata dall’affermazione autonoma di una nuova leadership. E’ questo il caso di Tony Blair, che ha saputo affermarsi con il proprio carisma nel Labour Party, ma il cui avvento insieme con Gordon Brown alla guida del partito fu in qualche modo preparato dalla guida di un leader saggio e lungimirante come Neil Kinnock. Alla via conflittuale appartiene invece l’affermazione di Zapatero, che impose dal suo basso la sua leadership ad un gruppo dirgente storico del PSOE ormai logorato dalle sconfitte e da scandali giudiziari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La difficoltà seria per il PD è che non esistono le condizioni, allo stato attuale, per rendere praticabile nessuna delle tre vie: né quella della cooptazione, se così vogliamo definirla, né quella conflittuale, né tantomeno quella mista. Nel PD, infatti, non esistono più gli strumenti e i canali di formazione del gruppo dirigente che c’erano nel PCI (basti pensare alla celeberrima scuola delle Frattocchie, che pure ho avuto il privilegio di frequentare nei suoi ultimi scampoli di esistenza) o persino nella DC (affidati per lo più all’associazionismo collaterale di ispirazione cattolica); allo stesso tempo, la nuova generazione di dirigenti, che pure non manca, formatasi per così dire spontaneamente attraverso l’esperienza delle organizzazioni giovanili, delle sezioni o dei circoli, dei comitati per l’Ulivo, delle amministrazioni locali, non ha la forza e la determinazione per imporsi. Lo si è visto nell’ultimo Congresso, quando la generazione di cui anch’io faccio parte non ha avuto la forza di esprimere una propria candidatura per la segreteria del partito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di fronte a questa situazione, e dopo tanto chiacchierare a vuoto di rinnovamento, era inevitabile che i militanti e gli elettori del PD si rivolgessero nella scelta del leader ad una figura rassicurante ed affidabile, quale non a torto è apparso Pierluigi Bersani. A lui spetterà il compito di avviare un processo di ricambio non più rinviabile, e farlo seriamente e non a chiacchiere come finora è accaduto, sfidando una nuova generazione ad assumere l’onere della responsabilità di dirigere effettivamente ai massimi livelli, compreso quello nazionale, il principale partito di opposizione.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2328171715272376701-2868350812293001845?l=seilpartitodemocratico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/feeds/2868350812293001845/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/2009/12/breve-saggio-sesta-parte.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2328171715272376701/posts/default/2868350812293001845'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2328171715272376701/posts/default/2868350812293001845'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/2009/12/breve-saggio-sesta-parte.html' title='BREVE SAGGIO. SESTA PARTE'/><author><name>a. c.</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2328171715272376701.post-4337635969136933655</id><published>2009-12-05T02:50:00.000-08:00</published><updated>2009-12-05T02:51:21.470-08:00</updated><title type='text'>BREVE SAGGIO. QUINTA PARTE</title><content type='html'>IL MONDO CAMBIA. AMERICA, EUROPA E ITALIA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il mondo che cambia è un altro riferimento essenziale per l’identità democratica da disegnare. Il mondo non è mai cambiato ad una rapidità tale, come quella degli ultimi 50 anni. I cambiamenti avvenuti negli ultimi venti anni sono stati a loro volta più sconvolgenti di quanto potessimo immaginare. Il crollo del Muro di Berlino lasciava pensare molti di esserci avviati verso il regno incontrastato del libero mercato e del benessere, ed invece il capitalismo occidentale come abbiamo visto si è scoperto incapace di dominare il mondo sempre più unificato, che esso stesso ha contribuito a creare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cambiano i riferimenti politici con cui abbiamo interpretato la società mondiale. Venuto meno il bipolarismo USA – URSS, nel giro di dieci anni ci siano resi conto che anche l’unipolarismo dell’iperpotenza americana comincia ad avere crepe evidenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infine, la crisi economica mondiale del 2009, la più grave dai tempi della Grande Depressione del 1929, ha abbattuto in un solo colpo ogni certezza sulle virtù magnifiche e progressive del capitalismo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La vittoria di Barack Obama è stato senza dubbio l’evento simbolo di un mondo che è profondamente mutato. Per la prima volta gli americani hanno eletto un presidente afro-americano, che si è proposto promettendo “The Change”, un cambio radicale rispetto al passato: rispetto all’eredità fallimentare della presidenza Bush, ritenuta responsabile del disastro della guerra irakena e della crisi finanziaria che ha travolto l’economia americana e mondiale; ma anche rispetto alla politica americana tradizionale degli ultimi decenni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo è avvenuto, a mio avviso, perché l’opinione pubblica americana ha preso coscienza per la prima volta che l’America da sola non può farcela. Non può farcela a dominare un mondo sempre più globalizzato, ad affrontare i grandi rischi del futuro, a sostenere un modello di sviluppo economico fondato sulla dissipazione delle risorse energetiche e sull’indebitamento. Tre sono stati gli eventi traumatici che hanno segnato questa evoluzione della coscienza nazionale degli americani: l’abbattimento delle Twin Towers dell’11 settembre 2001 da parte dei terroristi islamici di Al Qaeda, che ha reso evidente l’impotenza militare americana di fronte ad un terrorismo globale che si organizza a rete, fuori dai tradizionali conflitti tra stati; la distruzione di New Orleans da parte del tornado Katrina, che ha reso tragicamente manifesta la grande questione del surriscaldamento del pianeta, con le alterazioni climatiche conseguenti, e quindi la necessità di mutare il modello di sviluppo economico attuale; ed infine, per l’appunto, la crisi finanziaria ed economica, conseguenza del forte indebitamento delle famiglie della classe media americana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Senza questi eventi shock, Obama non avrebbe mai vinto le elezioni presidenziali con quella larga partecipazione popolare che si è verificata, a suo favore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci sono due possibili modi di interpretare la svolta obamiana. Il primo è quello di considerarla come una manifestazione della grande vitalità della democrazia americana e del suo successo, ed è il modo largamente prevalente. Il secondo, invece, nonostante l’indubbio grande carico di speranza che essa ha recato in America e nel mondo, è ritenerla un effetto della crisi e del declino della potenza americana. A mio avviso, c’è del vero in entrambe le interpretazioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo un noto politologo, Charles Kupchan, uno dei teorici del multilateralismo del nuovo indirizzo della politica estera americana, siamo di fronte alla “Fine dell’Era Americana”. Il suo libro, così intitolato, è stato scritto prima dell’elezione di Obama, in piena crisi della Presidenza Bush, ma contiene sicuramente spunti di analisi rimasti validi, alla luce di quanto sta accadendo attualmente nella politica mondiale. Il declino irreversibile dell’egemonia americana deriverebbe da un insieme di fattori che Kupchan individua nel forte indebitamento estero dell’economia americana e quindi la sua dipendenza dai paesi creditori, nell’ascesa di nuove potenze mondiali come la Cina, l’India, il Brasile, la stessa Unione Europea, nella rivoluzione digitale che offre opportunità di crescita a realtà nazionali e continentali in passato emarginate dallo sviluppo, nella naturale inclinazione americana all’isolazionismo. Gli Stati Uniti sempre più scoprono di non avere le risorse economiche, militari, politiche per reggere la responsabilità di unica potenza mondiale, e quindi nel tradizionale pendolo della politica americana tra unilateralismo, internazionalismo e isolazionismo, variamente combinati fra loro, sarà la vocazione a ripiegare nei propri problemi interni la spinta destinata a prevalere. D’altra parte, il celebre studioso americano di politica internazionale, sulla base anche di precise analisi storiche, respinge l’idea che possa esistere una Fine della Storia, ossia un approdo definitivo delle vicende storiche dell’umanità segnata dal trionfo del capitalismo, del libero mercato e del modello americano, come teorizzata in passato da economisti e ideologi come Friedman e Fukuyama; l’iperpotenza americana ha di fronte a sé, come tutte le altre potenze del passato, un destino di apogeo e poi decadenza. Kupchan vede nell’attuale situazione mondiale tutti i segni di questa evoluzione, che conduce da un assetto unipolare ad uno multipolare, e confida con molto ottimismo in una rinnovata partnership tra Stati Uniti e Unione Europea, come asse fondamentale per governare un nuovo ordine mondiale fondato sul multilateralismo, dopo la fase dell’unilateralismo dei neo con, che ha ridotto ai minimi termini la credibilità internazionale americana. A patto che la politica estera della superpotenza sappia ritrovare un equilibrio tra internazionalismo e isolazionismo, chiamando proprio le nazioni europee, tra loro federate, ad assumersi sempre maggiori responsabilità, sia sul piano economico e sia sul piano militare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’analisi di Kupchan è molto convincente, e sicuramente è una delle fonti d’ispirazione del nuovo corso obamiano. Tuttavia, pecca di eccessiva fiducia nell’Unione Europea e forse di eccessiva sfiducia verso il proprio Paese. Quando il suo saggio è stato scritto e pubblicato, come già detto, Obama non aveva ancora vinto né le primarie dei Democrats né le elezioni presidenziali. Nessuno si poteva aspettare un cambiamento simile a quello che c’è stato. I fatti hanno dimostrato che l’America, aldilà delle aspettative, ha saputo guardare avanti e scommettere sul futuro, mentre l’Unione Europea arranca, è tuttora in una fase di stallo e non è assolutamente all’altezza delle sfide della nuova fase e dell’assunzione di responsabilità, che una nuova partnership euroamericana richiederebbe.&lt;br /&gt;Oggi si discute molto delle promesse non realizzate da Obama, delle sue difficoltà e della delusione che c’è nei suoi confronti. E’ a mio avviso una discussione mal impostata. La radicalità dei cambiamenti che il nuovo presidente americano ha messo in campo è tale, da essere paragonabile ai mutamenti impressi all’economia e alla società americane da Roosevelt negli anni trenta, o per un altro verso da Reagan negli anni ottanta del secolo precedente; non è solo un cambio di politiche, ma per molti aspetti un cambio di sistema, un mutamento di paradigma, come quello che portò alla creazione del Welfare State con il New Deal rooseveltiano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché si completi il passaggio al nuovo modo di pensare e agire, che il New Deal obamiano comporta, non basteranno né settimane, né mesi, ci vorranno anni. Smantellare il dominio delle assicurazioni private nel campo sanitario, riconvertire la produzione americana secondo gli obiettivi di abbattimento delle emissioni inquinanti che la comunità internazionale si è data, sono sfide assai ardue, che trovano resistenza nelle lobbies, nei poteri economici e mediatici, e all’interno dello stesso Partito Democratico. Così come non sarà facile costruire le condizioni di una politica internazionale multipolare e multilaterale, improntata alla pace e allo sviluppo della democrazia.  Eppure, non si può dire che Obama non ci stia provando. Sulla sanità, sta sviluppando una battaglia feroce contro le lobbies, e dopo le prime incertezze il presidente americano ha scelto di andare avanti a viso aperto; se vincerà la sua battaglia, anche a costo di qualche rinuncia, questo sarà un cambiamento epocale per la politica americana, perché vorrà dire che gli interessi dei grandi gruppi economici possono essere messi da parte, a favore di quelli della cittadinanza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La battaglia decisiva di Obama è però nella costruzione di un nuovo ordine mondiale, qui si gioca la sua credibilità e la sua autorevolezza. Il suo primo discorso all’ONU ha rappresentato una svolta che definire epocale non è eccessivo, che da solo, per il nuovo linguaggio in esso contenuto e per le speranze suscitate nel mondo, gli è valso il Premio Nobel per la pace, che qualcuno ha giudicato prematuro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli obiettivi che Obama ha proposto alla comunità internazionale sono indubbiamente ambiziosi: superare la crisi economica, modificando le regole del sistema finanziario; costruire la pace, a partire dalla risoluzione della questione mediorientale (Israele - Palestina); porre le basi di uno sviluppo sostenibile, combattendo il surriscaldamento del clima attraverso la cooperazione; sconfiggere il terrorismo ed estendere la democrazia, non attraverso la forza, ma con il consenso. Quasi tutti i commentatori si sono chiesti come potrà imporre tali obiettivi con la collaborazione di capi di stato e di governo, che per lo più non parlano il suo stesso linguaggio. La risposta è semplice. Non è solo con la virtù della diplomazia, né tantomeno con l’uso della forza (il che negherebbe alla radice i princìpi della nuova politica estera americana), che il progetto di Obama può affermarsi. Il suo successo dipende da un mutamento delle leadership, e questo presuppone a sua volta il formarsi di una consapevolezza nell’opinione pubblica, e quindi una cittadinanza globale, capace di condizionare le leadership dei singoli paesi, imponendo il cambiamento. Forse la giuria che ha assegnato il Nobel ad Obama, per il significato simbolico di questo premio, ha voluto dimostrare di averlo capito molto meglio di tanti analisti della politica internazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo cambiamento di leadership deve avvenire innanzi tutto nell’Unione Europea, per tornare al punto cruciale del mio ragionamento. Nella costruzione di un nuovo ordine mondiale, fondato sul multilateralismo, ma allo stesso tempo sull’espansione pacifica della democrazia e dei suoi valori, come mette bene in evidenza nel suo saggio Kupchan, l’asse America - Europa è decisivo, senza questo asse il nuovo ordine fallisce. Finora nella costruzione di questo asse, ciò che è mancata non è l’America, che con Obama ha saputo darsi un nuovo indirizzo che va nella direzione necessaria; finora è mancata l’Europa. Non ci si può lamentare del pericolo del G2, ossia del rischio di un nuovo ordine in cui a menare le danze sia la Cina, insieme con gli Stati Uniti d’America, fin quando l’Unione Europea non si deciderà a diventare attore globale, e non custode delle rivalità nazionali come è finora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mentre scrivo, si è finalmente giunti alla ratifica del Trattato di Lisbona. Si arriva a questo risultato però con troppo ritardo, dopo che era stato clamorosamente bocciato dal referendum francese un primo progetto di Costituzione europea, ben più ambizioso dell’attuale Trattato; e molta fatica si è fatta anche ad imporre la ratifica di quest’ultimo, inizialmente bloccato dai no degli irlandesi. La scelta da parte del Consiglio d’Europa di un Presidente dell’Unione stabile per due anni, che ne rappresenti la voce unica, costituirà sicuramente un passo avanti importante, così come la nomina di un Alto Rappresentante per la Politica Estera. Tuttavia, lo stesso tipo di discussione che si è fatta sull’individuazione della figura del Presidente e del cosiddetto Mr. PESC rivela la debolezza politica dell’Unione Europea. Ad un certo punto, sembrava essersi profilata la candidatura di Tony Blair a Presidente; sicuramente la sua elezione avrebbe assicurato all’Unione Europea una leadership carismatica, con più autorevolezza di quanto i poteri previsti dal Trattato non conferiscano effettivamente al Presidente. Ed è questa la ragione esatta per cui la candidatura di Blair sembra alla fine essere stata scartata dai capi di governo europei, oltre alle contraddizioni e agli errori della sua leadership politica, durante il suo governo della Gran Bretagna: l’ambiguo europeismo, la mancata adesione all’Euro, la guerra in Iraq. Per ragioni analoghe, è stata successivamente scartata la candidatura di Massimo D’Alema ad Alto Rappresentante per la Politica Estera, nonostante il suo profilo di europeista convinto, che senza dubbio ha avuto sulla politica internazionale posizioni assai distanti da quelle dell’ex premier inglese. Al suo posto, i capi di governo europei hanno preferito la baronessa Ashton, semi - sconosciuta Commissaria europeo al commercio, priva quasi del tutto di esperienza diplomatica, anche per compensare la Gran Bretagna della mancata nomina di Blair.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ciò che però sembra del tutto sfuggire alla classe dirigente europea, compresa quella progressista e socialista, è la drammaticità della lentezza con cui la costruzione politica dell’Europa si presenta di fronte alle necessità della storia. La ratifica del Trattato e la nomina del Presidente saranno festeggiati come grandi eventi, quando invece è ben altro che si chiede all’Unione Europea. Una politica economica unitaria, capace di affrontare la crisi e soprattutto di determinare un nuovo sistema di regolamentazione del sistema finanziario e del mercato monetario che prevenga ulteriori future crisi; un protagonismo europeo nello scenario mediorientale e in generale nella politica per la pace; la costituzione di un vero e proprio Esercito europeo, professionalmente preparato in specie per le missioni di peacekeeping, senza di cui l’Unione Europea non sarà mai presa seriamente in considerazione come potenza politica globale: queste sono le attese fondamentali che finora i dirigenti europei hanno deluso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Accanto a ciò, c’è il sempre maggiore disincanto e disinteresse dei cittadini, che, dopo la Moneta Unica e l’allargamento dell’Unione all’est europeo, vedono solo i svantaggi e non i benefici di scelte necessarie, ma che non sono state accompagnate da una crescita economica e del benessere. Al contrario, ciò che è accaduto è un progressivo svuotamento della sovranità democratica delle istituzioni nazionali, da un lato, e una crescente paralisi delle istituzioni europee. Infatti, poiché l’allargamento dell’Unione a 27 non è stato affiancato dalla necessaria riforma delle procedure decisionali, che solo in parte saranno migliorate dal Trattato, il risultato è che le istituzioni europee sono sempre meno in grado di dare risposte rapide ai problemi, ma soprattutto appaiono sempre più lontane dai cittadini e sempre meno trasparenti. Da ciò, non può che derivarne un sempre maggiore estraniamento dei cittadini dall’Europa e un rafforzamento dei poteri delle tecnocrazie burocratiche, ed in particolare della BCE, che, con le sue politiche ispirate prevalentemente al contenimento dell’inflazione, è una delle principali responsabili dei bassi tassi di crescita dei paesi europei.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La verità è che l’Unione Europea non farà nessun progresso finché non ci sarà una classe dirigente, in grado di assumere la sfida che può apparire utopica ma necessaria, di fare di essa una grande democrazia postnazionale.  (Spesso con eccesso di retorica si dice la prima democrazia postnazionale, ma in realtà la prima realtà politica postnazionale della storia sono, di fatto, gli Stati Uniti d’America, ed è questo uno dei fattori che li rendono ancora forza egemonica in un mondo che va sempre più mettendo in crisi i fragili Stati nazionali.)&lt;br /&gt;La stessa sinistra riformista europea non ha saputo in questi anni farsi carico di questa prospettiva, ed in ciò c’è la ragione della sua crisi attuale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Molti, di recente, si sono chiesti il perché di fronte alla crisi economica mondiale, che ha messo radicalmente in discussione gli assiomi del pensiero liberista, si assista nei paesi europei ad una difficoltà drammatica dei progressisti (basta pensare alle ultime elezioni europee e al tracollo della SPD nelle elezioni politiche tedesche), che invece vincono in altre realtà, come il Giappone, l’Australia, oltre che in America.  Di recente, in un articolo ferragostano su Il Messaggero, se l’era chiesto anche l’ex leader dell’Ulivo.La risposta di Prodi è un affondo alla Terza Via di Blair: la sinistra al governo negli anni novanta in quasi tutti i Paesi europei si è limitata a gestire le politiche neoconservatrici con qualche piccola modifica di "linguaggio" (mi sembra riduttivo pensare che le modifiche fossero solo di linguaggio, ma nella sostanza l'ex leader del centrosinistra dice il vero); è ciò oggi la renderebbe poco credibile. Prodi coglie un aspetto reale: la sostanziale subalternità del riformismo europeo degli anni novanta rispetto al cosiddetto Pensiero Unico. Un editorialista de Il Corriere della Sera ha obiettato che Prodi è stato uno dei più influenti capi di governo del centrosinistra europeo, e forse ha dimenticato le sue responsabilità. L'obiezione è giusta e non c'è dubbio che anche i governi italiani di centrosinistra hanno mostrato la stessa subalternità, dato che sempre nei momenti cruciali di scelta delle politiche economiche è sempre prevalsa l'impostazione monetarista (rappresentata nell'ultimo governo da Padoa Schioppa) su quella redistributiva e di interventismo nell'economia. Anche l'europeismo dell'Ulivo italiano è stato modellato su una idea prevalente di integrazione passiva del Paese, alla cui base c'era la convinzione che l'integrazione politica sarebbe stata conseguenza necessaria ed ineluttabile dell'integrazione monetaria ed economica, cosa che si è dimostrata illusoria, ed anche questa era una forma di subalternità del riformismo, nella sua versione italiana.&lt;br /&gt;Ma il punto vero a mio avviso è che la critica di Prodi alla Terza Via coglie solo l'aspetto più superficiale. La domanda è: perché in America, dove pure c'è stata la stagione clintoniana, cui è rimproverabile la stessa subalternità al neoconservatorismo che si attribuisce al blairismo, dopo Bush e con la crisi nel suo culmine, c'è stata la vittoria di Obama? Perché la rivoluzione obamiana (massiccio intervento pubblico nell'economia, riconversione tecnologica e produttiva verso la green economy, ecc.) è credibile e vincente in America e non negli stati europei?  Forse l'America, di cui ci siamo affrettati a teorizzare il declino, nonostante che questo sia relativamente vero, è ancora in grado di detenere l'iniziativa sul piano globale sul terreno economico, finanziario, tecnologico, politico, militare. L'America è tuttora una potenza, la più grande, che agisce da potenza globale. L'Europa no.  La sua integrazione politica, infatti, è in ritardo drammatico. Da questo punto di vista, il vero errore tragico dei riformisti europei è aver consentito l'allargamento ad est senza aver prima risolto il nodo dell'integrazione politica, della scelta tra modello comunitario e modello intergovernativo, senza essersi dotati delle istituzioni adeguate a supportare l'allargamento, con il risultato che il secondo modello ormai prevale di fatto. In questo senso le responsabilità di Prodi, così come degli altri leader europei, sono maggiori di quelle di Blair, da cui certo non ci si poteva attendere la spinta maggiore sull'integrazione politica dell'Unione Europea, dati il noto orgoglio nazionale che deriva dalla tradizione imperiale e la storica resistenza inglese ad ogni cessione di sovranità.&lt;br /&gt;La critica di Prodi non coglie che la Terza Via era la via inglese all'integrazione, ossia una via che non presupponeva l'unione politica europea ma una combinazione possibile dal punto di vista inglese tra vocazione atlantista e vocazione europea. La Terza Via ossia era la risposta dal punto di vista di un rinnovato asse America-Gran Bretagna alla sfida del capitalismo globale, che puntava ad attribuire a questo asse un ruolo egemonico. Le altre componenti del riformismo europeo non sono state in grado di porsi sul terreno di questa sfida. Non certo perché aderirono alla Terza Via (cosa che il socialismo europeo a stragrande maggioranza ha sempre rifiutato), ma perché non seppero elaborare un'alternativa a questo modello di integrazione, il che presupponeva la rinuncia ad ogni pregiudizio nazionale e la scelta netta dell'europeismo. Non aver costruito l'Europa politica è la vera spiegazione della mancanza di credibilità dei progressisti europei di fronte alla crisi mondiale, e del fatto che il nazionalismo populistico della destra europea in questa fase detenga l’egemonia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sempre Prodi, in un convegno su La Pira dello stesso periodo, ha attribuito agli inglesi la responsabilità di aver spinto con intelligenza e determinazione per un modello di integrazione politica debole, mentre gli europeisti sarebbero stati timidi e incerti. L'intelligenza degli inglesi, però, è stata proprio di consentire l'allargamento ad est senza che prima si fosse definita una costituzione politica, che avrebbe dovuto essere conseguenza immediata e necessaria dell'Euro e premessa dell'allargamento. La doppia velocità e il superamento del principio dell'unanimità, che ora Prodi e altri fautori dell'approccio comunitario sostengono, doveva essere introdotto da prima come "arma" di pressione. Ricordo che Bruno Trentin, allora parlamentare europeo, in un Seminario della Sinistra giovanile del 2000 da me organizzato, quando appena si cominciava a discutere di allargamento e non ancora c'era l'introduzione ufficiale dell'Euro, aveva già chiaro il problema e sosteneva già allora il sistema dell'Unione a velocità varabile. Per Prodi invece tutto si riduce ad un problema di timidezza e "flebilità di voce" degli europeisti, ossia riduce esattamente la questione europea ad una questione di retorica (in un passaggio del suo intervento, ha enfatizzato la necessità dell'inno e della bandiera europea, quasi tutto dipendesse da quello, così come sopravvaluta il fattore "psicologico" della moneta unica che ha preso il posto delle monete nazionali, come se bastasse a formare una coscienza europea; si visto che non è così). Invece, il superamento del principio dell'unanimità avrebbe dovuto essere uno strumento di battaglia politica da condurre in campo aperto, nel "popolo". In definitiva, il problema degli europeisti è di essere, per usare un'espressione di Reichlin che ha avuto successo, riformisti senza popolo, un'èlite priva di partito, dato che non esiste in Europa un partito coerentemente riformista, capace di muovere l'opinione pubblica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono queste, in definitiva, le ragioni della crisi della socialdemocrazia in Europa, e non c’entra nulla la morte del socialismo, che i partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti europei hanno da tempo abbandonato come dottrina.&lt;br /&gt;Obama ha vinto in America perché le sue proposte erano credibili, perché l’America è in grado con la sua politica di determinare un vero cambiamento globale; i progressisti europei non sono credibili e non lo diventeranno finché saranno prigionieri delle divisioni nazionali: solo un’Europa unita è in grado di restituire respiro ad una politica di cambiamento nei paesi del Vecchio Continente. In sintesi, la crisi dell’Europa è la crisi della sinistra; sono due volti della stessa medaglia. Senza l’Europa unita, senza l’Europa attore politico globale, i progressisti europei non sono nella condizione di suscitare nessuna speranza di cambiamento analoga a quella che Obama ha suscitato negli States.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tuttavia, non bisogna indugiare nel pessimismo. L’evoluzione dell’Unione Europea verso una vera e propria Federazione di Stati è nelle cose, una comunità di Stati che ha un unico mercato integrato e un’unica moneta prima o poi dovrà fare i conti con la necessità di una piena integrazione politica. La stessa creazione della figura del Presidente dell’Unione, insieme con quella dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera, per quanto non sia una soluzione sufficiente al problema dell’unificazione politica dell’Europa, sta ad indicare l’ineluttabilità della spinta federativa. Ciò non vuol dire che senza un’azione politica consapevole che faccia prevalere questa spinta, si arrivi senz’altro alla realizzazione dell’unità politica europea. L’obiettivo potrebbe anche essere fallito, e l’approdo sarebbe alla lunga la disgregazione e un’involuzione antidemocratica dell’Europa, con la crescita inesorabile dei nazionalismi e dei populismi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per rovesciare questa situazione, il nuovo raggruppamento dei socialisti democratici e dei progressisti ha una sola chance: fare propria la bandiera degli Stati Uniti d’Europa, proporre l’elezione diretta da parte dei cittadini, oltre che del Parlamento, anche del Presidente dell’Unione, liberando questa istituzione per sua natura federativa dall’involucro intergovernativo in cui è stata concepita, adottando progressivamente un modello costituzionale analogo all’americano, che del resto è l’unico possibile per una Federazione di Stati così diversificata e ampia come l’attuale Unione Europea. Apparentemente è un miraggio, in realtà è lo sbocco inevitabile di un processo di unificazione che rischia di essere affossato dalle estenuanti lungaggini delle diplomazie e dalle contorte trattative per la revisione di trattati, che sono approvati solo quando ormai appaiono già obsoleti. Far eleggere dai cittadini il Presidente dell’Unione Europea costituirebbe una potente accelerazione dell’integrazione politica, che d’un tratto si troverebbe ad essere da chimera una realtà ed un fatto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non si è mai vista, del resto, nella storia una forza progressista e di cambiamento che sia riuscita a vincere e a prevalere sulle forze conservatrici, senza animare una speranza, senza offrire a larghi strati di popolazione un fine per cui mobilitarsi. Proporre gli Stati Uniti d’Europa è oggi la sola parola d’ordine che può risvegliare dal torpore e dalle paure popolazioni, che oggi vedono con inquietudine il proprio futuro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo scenario ad oggi, tuttavia, non è questo. Ciò cui assistiamo è invece un lento declino del Progetto Europeo, per mancanza di ambizione e di coraggio delle sue classi dirigenti. E questo ha conseguenze nefaste, soprattutto per l’Italia e per la sinistra italiana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il destino del nostro Paese, infatti, per la sua storia e la sua posizione geopolitica, è strettamente legato al futuro politico dell’unità europea. La principale ragione di ciò è nella fragilità dell’unità nazionale italiana. Non si è riflettuto mai abbastanza di come l’ingresso nel Sistema Monetario Europeo e poi nell’Euro abbia completamente spezzato il vecchio compromesso non solo tra capitalismo Stato e democrazia dei partiti che aveva retto la Prima Repubblica, ma anche lo stesso patto di unità nazionale tra Nord e Sud del Paese.&lt;br /&gt;La mancata sostituzione con un nuovo patto di unità nazionale e un nuovo compromesso tra democrazia ed economia nel nostro Paese è alla radice dello stato di minorità delle forze democratiche e progressiste in Italia, ed il prevalere dell’asse berlusconiano-leghista, il quale a suo modo sta ridisegnando un nuovo compromesso, che prevede però l’andata in malora dell’unità nazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il centrosinistra si è illuso in questi anni che bastasse l’adesione alla Moneta Unica per trasformare in senso europeo l’Italia ed unirla. Al contrario, in mancanza di un progetto di integrazione attiva che portasse tutto il Paese nel contesto del mercato europeo integrato, rendendolo competitivo nella sua globalità, è prevalso il progetto antiunitario e disgregativo del leghismo, come si vede nel proliferare delle leghe, non solo quella di Bossi ma ora anche quelle meridionaliste, siciliane, etc. Ciò che si va realizzando è in poche parole un compromesso in cui le regioni del Nord si agganciano autonomamente e per conto proprio al mercato europeo, mentre quelle del sud continuano ad essere sostenute dalla spesa pubblica e dallo Stato, oltre che dall’economia criminale.  Ed è questa la realtà di oggi del nostro Paese, che può essere cambiata solo da un centrosinistra che facesse dell’integrazione politica europea la propria parola d’ordine nazionale. Un’integrazione politica che deve però farsi carico del nuovo orizzonte Euro - Mediterraneo, della necessità di costruire un nuovo sistema di relazioni tra Europa Africa e Asia, che veda il Mezzogiorno come protagonista; tutto ciò comporta investimenti e politiche per lo sviluppo, la cui condizione essenziale è però la liberazione delle regioni meridionali dalla criminalità organizzata e dalla cattiva politica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il centrosinistra che ha governato l’Italia per diversi anni però non ha saputo realizzare le condizioni di questa integrale europeizzazione del Paese; la sua è stata una politica di integrazione meramente passiva, che non è riuscita a modificare nessuna delle tendenze disgregative in atto nel Paese, poiché nessuna delle riforme economiche e sociali che avrebbero potuto consentire un’integrazione attiva è stata portata a termine. Da ciò è nata, e non da altro, la sua sconfitta di fronte alla destra berlusconiana, antieuropea e antinazionale.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2328171715272376701-4337635969136933655?l=seilpartitodemocratico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/feeds/4337635969136933655/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/2009/12/breve-saggio-quinta-parte.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2328171715272376701/posts/default/4337635969136933655'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2328171715272376701/posts/default/4337635969136933655'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/2009/12/breve-saggio-quinta-parte.html' title='BREVE SAGGIO. QUINTA PARTE'/><author><name>a. c.</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2328171715272376701.post-4210640468116660734</id><published>2009-12-05T02:49:00.000-08:00</published><updated>2009-12-05T02:50:03.540-08:00</updated><title type='text'>BREVE SAGGIO. QUARTA PARTE</title><content type='html'>LAICITA’, FEDE ED ETICA RAZIONALE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Legato al tema dell’identità e del nuovo pensiero, è quello del rapporto tra fede e laicità. Una questione essenziale per un partito di cattolici e non credenti, senza risolvere la quale è impossibile immaginare la costruzione di un’identità politica e culturale condivisa. Ed, infatti, le maggiori tensioni nei primi 18 mesi di vita del PD si sono verificate proprio su questo tema.&lt;br /&gt;Dire fede religiosa in Italia vuol dire cattolicesimo, e cattolicesimo significa Vaticano, dato che come è noto la Chiesa Cattolica ha la sua capitale in Italia, dove risiede il Papa. Non debbo dilungarmi sul significato storico di questo dato, e sul condizionamento che la presenza del Papa ha sempre esercitato e tuttora esercita in Italia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Inizialmente, i fondatori del Partito Democratico hanno pensato di poter risolvere la questione del rapporto tra laicità e fede religiosa nell’ambito dell’idea fragile e velleitaria del partito post - identitario, in cui ognuno fosse libero di esercitare un’appartenenza estranea e separata dall’appartenenza di partito. La libertà di coscienza sui temi eticamente sensibili sarebbe stato il criterio risolutivo per dirimere le controversie, insorgenti nel rapporto tra etica laica ed etica religiosa. Ben presto questo criterio si è rivelato illusorio.&lt;br /&gt;In primo luogo, perché distinguere l’ambito delle questioni sensibili, su cui poter esercitare l’obiezione di coscienza da parte dei singoli rappresentanti elettivi del partito, da quello delle questioni non eticamente sensibili diventa un’impresa difficile. E soprattutto questo approccio si è dimostrato illusorio per una ragione di fondo: etica e politica, per quanto distinte, sono sfere dell’agire umano molto vicine tra loro; e la potenza della scienza e della tecnica oggi è tale da invadere sistematicamente il vissuto quotidiano delle persone, ponendoci continuamente questioni etiche relative alla sfera della vita e della morte, delle relazioni affettive, della cura di malattie considerate incurabili fino a qualche decennio fa, e così via.&lt;br /&gt;Una politica, che rinunciasse ad intervenire nel campo della bioetica sarebbe una politica impotente e ridotta al silenzio, su questioni che invece interrogano e angosciano la gran parte delle persone in carne ed ossa.&lt;br /&gt;Il dominio della scienza e della tecnica è uno dei connotati specifici dell’epoca in cui viviamo. Su questo ha scritto riflessioni approfondite uno dei nostri filosofi contemporanei più importanti, Emanuele Severino. Secondo Severino, il dominio della tecnica, e la perdita di senso della vita, che ne deriva (nichilismo) è una conseguenza dello sviluppo della civiltà occidentale, della concezione stessa che questa ha del mondo fin dalle sue origini, fondata com’è sull’idea del dominio della ragione umana sulle cose, sul divenire, sul continuo nascere e morire di tutto ciò che ci circonda. C’è del vero in questa analisi. Ma la scienza e la tecnica non sono l’unico fattore di sviluppo e di dominio della civiltà occidentale. Un altro fattore di eguale se non maggiore importanza, è l’asservimento dell’agire umano al profitto per il profitto, al dominio del mercato e della competizione individualistica. La tecnica, e con essa la scienza, diventano, nell’ambito di società orientate a tali valori, strumenti neutri, la cui efficienza è valutabile solo per la loro capacità di favorire il profitto e la mercificazione della vita. E’ questo che produce la perdita di senso, non il prevalere del metodo scientifico in quanto tale, le cui finalità sono comunque frutto di scelte umane. L’economia, o per essere più esatti, il mercato, questo mercato qui che conosciamo oggi, globalizzato, fuori dal controllo degli Stati e delle democrazie nazionali, in crisi di sovranità e di potere, questo mercato che si è impossessato della scienza e della tecnica, con le loro straordinarie potenzialità, asservendole ai propri fini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La perdita di senso, quindi, è una realtà, non immodificabile come sembra lasciar pensare Severino (quasi che fosse un effetto ineluttabile della natura nichilista della cultura occidentale, fondata sul primato della scienza e della tecnica), ma è una realtà concreta e strettamente legata all’estraneazione, che ciascuno di noi vive di fronte a potenze che sfuggono completamente dal nostro controllo, ma che condizionano pesantemente la vita quotidiana di ciascuno: le potenze per l’appunto del mercato, del denaro, delle speculazioni finanziarie, della scienza, delle tecnocrazie sovranazionali senza controllo democratico. E se a questo si aggiunge la capacità mai raggiunta in precedenza dalla scienza di incidere sui confini stessi della vita umana, si capisce come esista una gigantesca domanda di senso, cui la politica impotente, ridotta a gestione dell’esistente, non riesce a rispondere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Del resto, l’umanità ha assistito negli ultimi decenni del secolo scorso ad uno straordinario rovesciamento di prospettiva, che ha modificato in modo radicale il modo con cui noi abbiamo percepito e sentito il mondo nell’ultimo millennio: la crisi dell’idea stessa di progresso. A partire soprattutto dal Rinascimento, e poi grazie al progredire della scienza e alla svolta rappresentata dal Secolo dei Lumi, l’umanità per secoli ha creduto nella possibilità di un miglioramento progressivo delle condizioni di vita, di un avanzamento continuo ed ininterrotto della civiltà. Le scoperte scientifiche, i progressi della medicina, lo sviluppo delle tecnologie, le rivoluzioni sociali effettivamente hanno consentito in questi secoli di far progredire l’umanità, liberando masse crescenti di persone dalla fame, dalla malattia, dalla miseria. Oggi, però, per la prima volta l’umanità, anche nei paesi più civilizzati, comincia invece a pensare che il futuro che ci attende non sarà migliore del passato, ed anzi che nessuno possa escludere persino l’estinzione della specie umana, non per cause naturali, ma per autodistruzione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La crisi dell’idea di progresso era già cominciata dopo la seconda guerra mondiale. L’Olocausto, lo sterminio sistematico di milioni di ebrei e di altri innocenti da parte dei nazisti, erano stati il triste presagio di come in realtà la scienza umana potesse essere messa al servizio del male anziché del bene, della morte anziché della vita, della distruzione anziché della creazione. L’invenzione dell’atomica come arma di distruzione di massa e di distruzione totale, era stata la drammatica conferma. Infine, l’esplodere recente della questione climatica e la prospettiva di distruggere le condizioni della sopravvivenza umana in pochi decenni, senza una profonda riconversione dell’economia e delle tecnologie, è stata la definitiva sanzione della perdita di fiducia dell’umanità nei propri mezzi, nella capacità della ragione di guidarci verso una vita migliore.&lt;br /&gt;In mezzo c’è stato il crollo dell’utopia comunista, travolta dopo la caduta del muro di Berlino in quasi tutti i Paesi in cui si era affermata, dando vita a regimi oppressivi e autoritari, e con essa era sembrata entrare in crisi irreversibile l’idea stessa della politica come forza emancipatrice e di riscatto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo contesto storico, non è affatto strano, anzi è facilmente spiegabile, come la religione sia tornata ad essere essenziale per milioni di esseri umani in tutto il mondo, ed anche in Occidente, colmando un vuoto abissale di senso e di riferimenti etici, che la politica non riesce o non vuole colmare, essendosi essa stessa ridotta a mera tecnica, e quindi a gestione del potere fine a se stessa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di fronte a tutto ciò, e alle inquietudini crescenti, che l’umanità si pone, e che nemmeno il ritorno alla spiritualità religiosa riesce del tutto a soddisfare, la politica ha due alternative: tornare ad un utilizzo strumentale della religione (o lasciarsi strumentalizzare dalla religione, che è sul piano pratico uguale), oppure provare in modo autonomo a dare risposte, diventando luogo dell’elaborazione di un’etica condivisa. La prima strada è quella che istintivamente intraprendono, e stanno già intraprendendo, le forze conservatrici e populiste, la seconda è quella che preferibilmente devono percorrere i democratici e i progressisti.&lt;br /&gt;Ciò che non si può fare è astenersi dal confronto, non avere una propria visione, rinunciare a dare risposte. Ed esattamente ciò che ha fatto per lungo tempo il Partito Democratico italiano, più con Veltroni, che pure proveniva dalla tradizione di sinistra, che con il cattolico-democratico Franceschini (non si può non riconoscerlo). A differenza del PDL, che al contrario, nonostante i dissensi del Presidente della Camera Fini, ha sposato le tesi più oltranziste del Vaticano sulle questioni bioetiche, e costruito su questo una parte importante dei propri consensi nel mondo cattolico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Franceschini, proprio perché cattolico, ha avuto maggiore libertà di Veltroni, in un partito ancora diviso in componenti culturalmente non comunicanti, a stabilire il principio che anche sulle questioni “eticamente sensibili” si esprimesse e decidesse a maggioranza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ciò tuttavia non è sufficiente ad evitare tensioni che, soprattutto se la leadership del partito tornasse nelle mani di un esponente della cultura laica di sinistra, si inasprirebbero in maniera pericolosa. A meno che il PD non sia in grado di elaborare una sintesi culturale nuova e condivisa, tra laici e cattolici, nel rapporto tra laicità ed etica religiosa. Una sintesi che tenga conto della storia italiana e della sua tradizione, con i suoi pregi e i suoi difetti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono due i principali ostacoli sulla ricerca di questa sintesi: da un lato, lo scivolamento della Chiesa cattolica su posizioni sempre più integraliste e radicali, dall’altro l’appiattimento della cultura laica e di sinistra ad una visione di relativismo agnostico. L’una e l’altra visione, che attraversano il PD, costituiscono un serio impedimento all’elaborazione di una visione etica laica, che sappia tenere conto di ciò che di positivo è presente nell’etica religiosa, in particolare cristiana.&lt;br /&gt;L’ostacolo più serio è però il secondo. Le posizioni integraliste in realtà hanno un seguito minoritario, seppure crescente nelle file della componente cattolica del partito, che perlopiù si colloca su una linea di laicità e di autonomia dalla Chiesa. Il vero disastro è l’atteggiamento relativista che prevale tra i laici di sinistra, che rende impossibile condurre una battaglia culturale a viso aperto nei confronti delle correnti più retrive del cattolicesimo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il punto di forza, infatti, del cattolicesimo più integrale sta nel rifiuto della cultura laica di confrontarsi seriamente con la questione etica, con la necessità che la società presente ha di ridefinire l’idea di ciò che è bene, l’idea stessa di verità. La cultura laica commette l’errore di ritenere che la rinuncia ad ogni assolutismo, all’idea di verità assolute, conduca alla rinuncia dell’idea stessa di verità e di bene. Con questo, accettando anche a sinistra una concezione nichilista, per cui solo l’individuo è misura per se stesso di ciò che è giusto o sbagliato. La parzialità delle idee di verità, che ciascuno di noi può mettere in campo, non può invece comportare l’abbandono della ricerca di visioni condivise del bene. La verità, ci insegna il pensiero contemporaneo più avanzato, è una costruzione dell’umanità, nel suo sforzo di interpretare e plasmare la realtà attraverso il linguaggio e l’agire sociale. Nondimeno, senza la costruzione di verità generalmente condivise, che per essere tali devono poter essere giudicate e verificate razionalmente mediante il dibattito democratico, l’umanità precipiterebbe nel caos e nell’anarchia. Che è ciò che purtroppo largamente accade del mondo. Del resto, dal punto di vista di un’etica laica razionale, che non rinuncia alla costruzione del bene, relativismo etico e integralismo sono tra loro alleati, perché il primo dichiara che tutte le verità sono egualmente false e vere, il secondo rivendica il diritto di imporre la propria verità, dato che anche l’imposizione di essa con la violenza finisce con l’essere in un mondo senza bene e senza verità un valore legittimamente perseguibile, alla pari di altri valori; entrambi, relativismo etico ed integralismo, alla fine negano la possibilità di costruire un’etica razionale condivisa, in cui tutte le diverse visioni etico-religiose possano convergere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il relativismo rappresenta, pertanto, un errore grave, oltre che una posizione antirazionale, che lascia libere praterie sconfinate a favore della destra conservatrice, che strumentalizza il richiamo ai valori tradizionali della religione cattolica. Ciò che è favorito, peraltro, dalla deriva attuale della Chiesa, che sempre più abbandona lo spirito conciliare e la sua vocazione universalistica, e sempre più si concepisce come minoranza, che cerca di massimizzare il suo potere di interdizione sulle questioni etiche che più le stanno a cuore. Un potere di interdizione che viene esercitato non solo su quei diritti di libertà, che entrano in contrasto con la sua predicazione, ma anche su concreti interessi materiali come i finanziamenti alle scuole private cattoliche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è, quindi, affatto sufficiente l’impostazione di massima, che finora i dirigenti democratici hanno dato al problema della laicità, a partire dall’approccio della componente laica e di sinistra. L’idea che ci si possa limitare a dire che la Chiesa è libera di esprimere la propria opinione, purché non interferisca con la politica e con l’attività legislativa, è un approccio debole e perdente. La Chiesa è un soggetto politico, ed è chiaro che la sua predicazione inevitabilmente ha risvolti politici e finisce con condizionare anche le decisioni degli organi istituzionali. All’opposto, è sbagliato l’approccio di quei cattolici, che pensano che la propria funzione si riduca ad essere portavoce delle istanze delle gerarchie ecclesiastiche, e che contraddire i pronunciamenti della Chiesa sia automaticamente venire meno alla propria ispirazione cristiana.  E’ un approccio che fa compiere al cattolicesimo democratico enormi passi indietro rispetto alla stessa tradizione democratico - cristiana, per la quale è sempre stato principio irrinunciabile che nell’attività politica e legislativa gli uomini politici rispondessero personalmente o collettivamente come partito alla propria coscienza di cristiani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il nuovo approccio possibile è accettare fino in fondo e senza remore la sfida etica che proviene dalla Chiesa e in generale dal mondo cattolico e cristiano. E farlo sulla base della ricerca di un’etica razionale condivisa, che assuma come valore la dimensione religiosa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ possibile porre le basi di una simile etica condivisa? Questa è la domanda di fondo. La prima condizione è abbandonare ogni residuo relativista, ed assumere la necessità di un’etica orientata alla ricerca del bene comune, che non può pertanto fare a meno di un pensiero che cerca la verità, pur sapendo che essa non è mai assoluta ed autosufficiente. Questo significa rinunciare ad ogni pregiudizio ateo e ad ogni visione del mondo che supponga di poter fare a meno di una dimensione religiosa. Il riferimento di una rinnovata etica razionale, da questo punto di vista, continua ad essere il criticismo razionale di matrice kantiana, l’idea di una ragione che tutto sottopone a critica, compresa se stessa, anzi in primo luogo se stessa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La ragione riconosce i propri limiti, e poiché essa è in grado di giudicare solo ciò che appartiene all’esperienza umana, che è limitata nello spazio e nel tempo (anzi spazio e tempo sono categorie prodotte dalla stessa mente umana per rendere possibile la comprensione della realtà da parte degli esseri umani), non è nelle disponibilità della specie umana, almeno allo stato attuale delle sue conoscenze, giudicare l’esistenza o meno di Dio, di un Essere Supremo trascendentale, che per definizione si pone oltre il tempo e lo spazio. Affermare l’esistenza di Dio o negarla sono giudizi egualmente non razionali, sono entrambi atti di fede su cui la ragione può interrogarsi, cercare indizi, ma mai giungere ad una verità definitiva. Ciò che invece sappiamo è che, senza una dimensione trascendente, non possiamo fondare nessuna etica, i principi morali vacillano, privi di ancoraggio. Se il destino finale di ciascun individuo è la morte, oltre cui non ci attende nulla, perché mai agire per il bene anziché per il male? Se non c’è salvezza perché vivere secondo giustizia? Rimane solo l’istinto della sopravvivenza, la volontà cieca di potenza e di sopraffazione del prossimo. Il discorso si farebbe lungo e complesso, ma per non allontanarci dal filo del nostro ragionamento, basterebbe fare questa osservazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel campo delle ideologie politiche, la religione è stata soppiantata da altre concezioni, non religiose, che hanno potuto far presa su larghe masse, a patto però di promettere in terra quella salvezza che la religione prometteva in cielo. Le utopie politiche, quelle di natura democratica e progressista, il socialismo, il comunismo, nelle loro varianti, però come abbiamo visto in precedenza sono fallite o in grave crisi. La crisi delle ideologie laiche, che sostituivano all’escatologia religiosa una salvezza terrena, ha ridato fiato e forza alle visioni religiose. Ciò dimostra che senza una prospettiva di salvezza, senza trascendenza, senza l’idea cioè di un mondo oltre quello esistente, dove i nostri sacrifici per il bene siano ricompensati, senza cioè che vi sia un fine che ciascuno di noi possa dare alla propria esistenza, non è possibile immaginare e costruire una visione etica della società. Affermare ciò non è un’ingenuità, nonostante che buona parte della modernità abbia rinunciato ad ogni idea di finalità nel mondo. D’altra parte lo stesso Nietzsche, secondo cui il mondo è privo di senso perché è un continuo ripetersi delle stesse vicende per l’eternità, però afferma che l’essere umano deve essere creatore di valori, trascendere se stesso. Il suo errore è aver concepito questa capacità creatrice dell’essere umano come legata esclusivamente ad una visione individualistica, egoistica, borghese. Nietzsche ha ragione, a voler andare nel profondo, quando afferma che la vita è volontà di potenza, ed è l’unica cosa che conta in un mondo che non ha alcun senso, se non quello che noi uomini gli attribuiamo. Ma l’unica volontà di potenza possibile è quella che ci fa appartenere all’umanità come specie, anzi come genere umano, è quella volontà di vita che ciascuno di noi afferma e sente più intensamente nell’unirsi ad un’altra persona, nel crescere i figli, nell’amore. Andare oltre il proprio ego, questa è la volontà di vita di cui l’umanità ha bisogno, quanto mai in un’epoca in cui rischiamo di autodistruggere noi stessi e il pianeta in cui viviamo, se non ci impegneremo ad andare oltre l’interesse immediato presente e a farci carico del bene delle generazioni future.&lt;br /&gt;Andare oltre il proprio misero egoismo, vivere per gli altri, sentirsi parte di una comune radice umana. Questo è l’insegnamento che una moderna etica razionale deve apprendere dai messaggi delle grandi religioni monoteistiche. Dalle grandi utopie laiche, invece, bisogna apprendere il messaggio che un mondo migliore va cercato in primo luogo su questa terra e non in un'altra vita. Troppo a lungo, nei secoli, l’attesa della vita ultraterrena, in cui Dio avrebbe ripristinato la giustizia fra gli uomini, ha giustificato la sottomissione dei popoli, la prepotenza sui deboli, e l’oppressione da parte dei potenti.&lt;br /&gt;In questo senso, non c’è dubbio che un ritorno ad una lettura autentica del messaggio di amore, fratellanza e giustizia contenuto nei Vangeli e nella religione cristiana è un aiuto fondamentale, per contrastare la barbarie di un mondo ingiusto, come quello che ci circonda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il ritorno al messaggio originario del cristianesimo ci è di aiuto, però, per un’altra ragione fondamentale, ossia per il suo contenuto antidogmatico e profondamente laico. Ciò che conta nel messaggio evangelico è l’amore verso i propri simili, il sacrificio per il prossimo e la salvezza del genere umano. E’ la fede verso Dio che si fa uomo e muore in croce per liberare l’umanità dal male del peccato. Questo è l’unico atto di fede che il cristianesimo autentico chiede, che è la prima ed unica fede religiosa ad umanizzare la divinità, e a fare dell’uomo il fine dell’uomo. “Il sabato è per il Figlio dell’uomo, non il Figlio dell’uomo per il sabato” ci dice il Vangelo, e il figlio dell’Uomo non è altro che l’umanità stessa che si incarna nel Cristo crocifisso. Quindi, per il cristianesimo autentico le istituzioni e i dogmi della religione, ma potremmo dire le stesse istituzioni del potere politico (che nella società dell’epoca si sovrapponevano alla religione) sono al servizio dell’umanità. E non a caso le pagine evangeliche sono piene di atti di ribellione verso le gerarchie e i dogmi, svuotati di ogni finalità umana e autenticamente spirituale, dagli apostoli che si nutrono nei giorni di digiuno e compiono opere di bene durante il Sabato fino alla cacciata dei mercanti del Tempio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel cristianesimo originario, lungi dall’essere nemico della laicità, vi è al contrario la radice di ogni forma di umanesimo antidogmatico. Quindi, non solo il messaggio evangelico non è in contrasto con il liberalismo e con le società aperte, per usare un’espressione popperiana, ma anzi ne è una componente fondamentale, costitutiva. E’ certamente giusto dire che nessuna fede, purché vissuta con spirito di tolleranza e riconoscendo il pluralismo delle identità e il valore delle altrui fedi, non è incompatibile con la democrazia e con lo Stato laico. Non tutte le fedi però sono uguali, e non c’è dubbio che il cristianesimo, con l’idea di un Dio che si fa uomo, dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani in quanto figli di Dio, è stato decisivo per la nascita dell’individuo moderno, e non è un caso se le libertà individuali hanno trovato terreno fertile e si sono sviluppate nelle società occidentali, per poi estendersi progressivamente in altre civiltà, che però come vediamo fanno tuttora fatica ad accoglierle integralmente. Ciò non vuol dire che la fede cristiana sia l’unica via possibile per accedere all’idea di libertà e alla costruzione di società aperte; vuol dire però sicuramente che il riconoscimento della comune radice cristiana non è assolutamente un ostacolo in Occidente per il progresso delle libertà, ma anzi ne è un fattore decisivo. E’ grazie al cristianesimo che in Occidente è nata l’idea che ogni individuo risponde a Dio, e quindi al genere umano cui appartiene, delle proprie azioni nel bene e nel male, e senza tale fondamento non c’è libertà che tenga, c’è solo la negazione di qualsiasi responsabilità etica, senza di cui la libertà degenera in egoismo e individualismo sfrenato. Dunque, un’etica razionale laica non solo è compatibile con l’etica cristiana, ma non ne può fare a meno, ne ha un bisogno vitale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dunque, tornando al nostro Paese, non è il cristianesimo il problema. Cos’è allora che rende così difficile il rapporto tra laici e cattolici, credenti e non credenti in Italia, come in altre nazioni cattoliche? La risposta ci viene da un recente commento di Gustavo Zagrebelsky al libro intervista di Giovanna Casadio a Rosi Bindi, a proposito del rapporto tra cattolici e democrazia (La Repubblica, 6 ottobre 2009). Zagrebelsky sostiene che nessuna fede è inconciliabile con la democrazia (personalmente aggiungo, nessuna fede lo è meno del cristianesimo). Ciò che è inconciliabile è il principio di obbedienza alla Chiesa, e l’idea che sembra avvalorata dalla svolta ratzingeriana, secondo cui non obbedire alla gerarchia ecclesiastica, anche rispetto alle questioni relative alle scelte dei cattolici nella vita pubblica e in specie in quella politica, siano un atto di tradimento della fede. Zagrebelsky coglie il punto vero, e del resto è esattamente la ragione perché nella storia il cattolicesimo, nonostante il suo fondamento cristiano, è stato per molti secoli nemico della libertà. La contraddizione e la tensione tra il contenuto umano e morale del cristianesimo, che ha dato impulso alle spinte per l’affermazione della libertà, e la forma autoritaria della Chiesa, ha contrassegnato tutta la storia dei cattolici, ed è stato alla base dei movimenti ereticali e di quelli laici di riforma che l’hanno attraversata nei secoli, fino alla Riforma luterana e alla lacerazione della Chiesa cristiana, che ne è derivata. La Riforma ha messo in discussione il principio dell’autorità e dell’obbedienza alla gerarchia ecclesiastica, stabilendo il principio che ciascun individuo risponde del proprio operato di fronte a Dio e alla propria coscienza, eliminando la funzione di mediazione della Chiesa. Il rapporto tra Dio e individuo diventa diretto, affermando così il primato della coscienza di ciascuno. L’affermazione e il diffondersi del protestantesimo è stata un potente impulso all’espansione delle libertà, accompagnando la nascita e lo sviluppo delle società borghesi, dei sistemi liberali e del capitalismo. Mentre la Chiesa cattolica ha continuato a considerarsi nemica delle democrazie e del liberalismo per molto tempo, fino al secolo scorso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il cattolicesimo, di fronte all’irrompere della società moderna, tuttavia, ha progressivamente dovuto adeguarsi.&lt;br /&gt;Il modernismo, la rimozione del “non expedit” che impediva ai cattolici di partecipare alla vita politica, la nascita dei partiti democratico - cristiani hanno costituito il modo con cui i cattolici hanno potuto riconciliarsi con la moderna democrazia e con le società liberali, conquistandosi nell’arena pubblica quello spazio di autonomia che la Chiesa negava in generale agli individui nelle scelte etiche. Il partito di massa dei cattolici è stato per il nostro Paese, dove non c’è mai stata la Riforma ma solo la Controriforma cattolica con la sua presenza opprimente, ciò che il movimento luterano, calvinista, ecc., sono stati per altri Paesi europei, contribuendo ad affermare il primato della responsabilità individuale dei credenti, in relazione alla vita politica e sociale. Affermazione, che è entrata presto in conflitto con il permanere del principio di autorità della gerarchia ecclesiastica, come testimonia l’episodio delle minacciate dimissioni di De Gasperi, che nell’immediato dopoguerra si rifiutò di obbedire al Papa che voleva un’alleanza tra la DC e l’estrema destra in funzione anticomunista. Tuttavia, la forza, il radicamento e il largo consenso popolare del partito cattolico, grazie anche alla larga rete di associazioni e organizzazioni collaterali presenti nella società civile, sono stati nel corso della storia repubblicana un argine e una garanzia di autonomia efficace, fino a quando è durato. Venuta meno la DC, l’argine è crollato e si è riproposta la tensione per i cattolici impegnati nella vita pubblica tra libertà etica e obbedienza. La svolta conservatrice della Chiesa negli ultimi anni ha aggravato ulteriormente la situazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Del resto, la potenza della scienza, che ormai mette in condizione gli esseri umani di avere molte più possibilità di scelta sulla vita e la morte, mina alle fondamenta non l’etica cristiana in quanto tale, ma per l’appunto il principio di autorità della Chiesa, che per questo si sente minacciata nella sua stessa ragione di esistenza. E questo non fa che accrescere la contraddizione tra etica laica e autorità ecclesiastica. L’errore che una parte dei non credenti e i “laicisti” commettono è pensare che il conflitto sia tra etica laica e fede religiosa, mentre il conflitto è tra l’etica stessa, se l’etica è intesa come responsabilità degli individui verso se stessi e verso gli altri, e principio di autorità della Chiesa, che si sente messa in discussione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non c’è nessuna pagina evangelica, nessun contenuto della fede cristiana, che proibisca alle persone di scegliere liberamente sul proprio corpo e sulla propria vita, di adottare il testamento biologico, di ricorrere alla fecondazione assistita o alla pillola RU486, etc. L’unico limite che il cristianesimo pone è il rispetto della vita umana propria e altrui, ma la collocazione di tale limite non può essere stabilito una volta per tutte, ma solo caso per caso dalla coscienza individuale, perché il continuo progresso della scienza, a velocità in passato impensabili, rende peraltro impossibile stabilire una volta per sempre ed in modo dogmatico quali siano i confini invalicabili di ciò che è eticamente ammissibile. Questa è, tuttavia, per l’appunto la realtà che la Chiesa non vuole accogliere, perché non vuole accettare che siano gli individui a decidere; ciò mina, infatti, alla radice la sua autorità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eppure, per un’etica razionale, che tenga conto dell’ispirazione cristiana, riconciliare fede e scienza non è impossibile. La scienza moderna è potuta nascere in Occidente proprio perché c’è stato il cristianesimo, perché Cristo ha insegnato alla nostra civiltà ad avere fede nell’uomo, immagine di Dio, e nella sua possibilità di vincere il peccato, il male, e con esso la morte. Senza la novità sconvolgente, la buona novella, della Resurrezione, e ciò che essa ha prodotto nei secoli nel modo di pensare degli europei e degli occidentali, la scienza moderna non sarebbe mai arrivata ad osare ciò che ha osato in questi secoli, fino ad arrivare a scoprire e dominare l’origine stessa della vita. Se ciò è accaduto qui da noi, nel modernissimo Occidente, è proprio perché siamo dentro la civiltà cristiana, la civiltà che più di tutte ha esaltato la volontà di potenza del genere umano, come genere capace di dominare la natura, la vita e la morte. E’ una verità che sconvolge, cui la Chiesa non riesce ancora ad adattarsi, ma che prima o poi dovrà accettare. Da qui, nasce il conflitto non tra scienza ed etica, non tra scienza e fede, ma tra scienza e principio di autorità, tra etica e obbedienza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non voglio sostenere che senza la Chiesa vivremmo in una società migliore; la Chiesa cattolica svolge una funzione morale fondamentale per la coesione sociale, per mantenere e ricreare il senso della comunità tra le persone, e come tutte le strutture politiche essa deve avere una sua gerarchia e una sua disciplina. Nelle nazioni in cui la sua influenza è minore, esistono sì società più aperte e dinamiche, ma anche più attraversate dall’individualismo esasperato, lacerate, frantumate; la Chiesa cattolica dove è forte la sua presenza svolge una funzione di contenimento delle spinte disgregative delle famiglie e delle comunità, che sarebbe sciocco ignorare.&lt;br /&gt;E del resto essa ha anche saputo nei decenni più recenti evolvere ed adeguarsi; il Concilio Vaticano II aveva saputo recepire molte innovazioni e trasformazioni che si erano prodotte nel seno della comunità cristiana di matrice cattolica, riconoscendo ai cattolici laici un ampio spazio di autonomia nella sfera pubblica. La recente involuzione conservatrice della Chiesa ha portato ad un ridimensionamento di questa autonomia; minacciata anch’essa nelle sue fondamenta dalla società globalizzata e dalla sempre maggiore accresciuta potenza della scienza e della tecnica, come ho già evidenziato, essa ha reagito serrando i ranghi e pretendendo un’adesione indiscussa alla sua dottrina, soprattutto nel campo della bioetica dove il contrasto tra libertà di scelta degli individui e autorità religiosa diventa più acuto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E ciò nel nostro Paese, per la sua storia e tradizione, ha risvolti politici assai più drammatici che in altre nazioni occidentali.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Senza più l’argine della Democrazia Cristiana, lo Stato laico sembra scosso dalla continua tentazione della Chiesa di intervenire direttamente nella vita pubblica, orfana della mediazione del partito cattolico. I piccoli partiti di ispirazione cattolica, come l’UDC, sono ridotti a megafoni ininfluenti della voce vaticana, e sull’uso strumentale della religione da parte della destra mi sono già soffermato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La via per i cattolici democratici del recupero dell’autonomia politica è la costruzione di un partito non più confessionale, di laici e cattolici professanti, di credenti e non credenti. Il ritorno all’unità dei cattolici è una via preclusa, che appartiene ad un’altra fase storica, non più riproponibile. Il Partito Democratico è il tentativo più avanzato, mai fatto nella storia del nostro Paese, di abbattere il muro tra “guelfi e ghibellini”, che ha contrassegnato la storia italiana. La costruzione di un’etica laica condivisa è la condizione del successo di questo tentativo. I laici di sinistra, per riuscirci, devono rinunciare ad ogni relativismo agnostico, e riconoscere l’imprescindibilità della dimensione trascendente e religiosa, come fondamento di un’etica razionale. I cattolici da parte loro devono abbandonare definitivamente ogni principio di obbedienza e diventare fino in fondo, per usare un’espressione famosa di Romano Prodi, “cattolici adulti”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Solo così la sintesi tra laici di sinistra e cattolici sarà possibile all’interno dello stesso partito. Una sintesi tra agnostici e cattolici obbedienti è assolutamente impraticabile, per non dire impossibile, non porterebbe ad alcuna conclusione credibile. L’unica sintesi possibile sarebbe quella di dire, ognuno la pensi come vuole e la Chiesa sia libera di dire ciò che gli aggrada, poi noi ci regoleremo ognuno per conto proprio. Ed è quello che è successo finora nel PD, con tutte le conseguenze del caso e le fibrillazioni che ne sono scaturite. Ciò che invece è praticabile è la sintesi tra laici non credenti, la cui ricerca sia orientata al vero e al bene, non separata dalla dimensione trascendente, sia essa pure costituita dalla fede nell’umanità, e laici cattolici non obbedienti, ossia che rivendicano e praticano la propria autonomia politica dai dettami della Chiesa.&lt;br /&gt;Da questo punto di vista, l’appello di Ratzinger ai non credenti a vivere come se Dio esistesse, è un invito da accogliere perché razionalmente fondato, come sostiene anche la Bindi nel suo libro-intervista. Senza un riferimento trascendente si piomba solo nel cinismo e nell’indifferenza. A tale appello dovrebbe però corrispondere, una volta accolto, un contro invito da parte dei laici non credenti ai credenti a vivere, nella vita politica e sociale, come se non ci fosse un vincolo di obbedienza all’autorità religiosa.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Certo, l’Italia non è la Germania, né l’Olanda, e neppure la Francia e la Spagna, e quindi non si potrà mai prescindere, almeno per i prossimi secoli, dalla presenza della Chiesa cattolica e dal suo ruolo anche come soggetto politico. Un partito laico di credenti e non credenti, che si base su un’etica razionale condivisa, può tuttavia ricreare un argine all’invadenza della Chiesa nella sfera pubblica, che nella prima repubblica era stato rappresentato dal partito dei cattolici democratici. Un tale partito potrà e dovrà aspirare ad essere il partito maggioritario tra i cattolici. Il rapporto tra Stato e Chiesa tornerà ad essere a quel punto una questione di diplomazia, così come lo è stato nei 50 anni di egemonia democristiana. Il Partito Democratico dovrà ricercare un dialogo con la Chiesa - i compromessi saranno necessari, salvaguardando le libertà civili e la laicità dello Stato - e lo potrà fare su un piano di parità e di rispetto reciproco.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2328171715272376701-4210640468116660734?l=seilpartitodemocratico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/feeds/4210640468116660734/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/2009/12/breve-saggio-quarta-parte.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2328171715272376701/posts/default/4210640468116660734'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2328171715272376701/posts/default/4210640468116660734'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/2009/12/breve-saggio-quarta-parte.html' title='BREVE SAGGIO. QUARTA PARTE'/><author><name>a. c.</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2328171715272376701.post-7473402662531786254</id><published>2009-12-05T02:48:00.001-08:00</published><updated>2009-12-05T02:48:39.515-08:00</updated><title type='text'>BREVE SAGGIO. TERZA PARTE</title><content type='html'>UN NUOVO PENSIERO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In quasi tutti i documenti ufficiali del PD, a partire dal Manifesto fondativo, si fa riferimento alla necessità di un Nuovo Pensiero. Sono assolutamente d’accordo. Ciò che non ho mai visto esplicitato sufficientemente è quale tipo di pensiero, elaborato sulla base di quali fonti, e affrontando quali questioni concrete, dato che un pensiero che sia astratto dalle questioni concrete, che le persone vivono rischia di essere mera declamazione di princìpi, pura retorica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo pensiero, per cominciare a rispondere alla prima domanda, dovrà essere di tipo filosofico, scientifico, etico, economico, giuridico?  Nei nostri tempi, è ormai prevalente il sapere specialistico. La nostra epoca è stata definita l’epoca del dominio della tecnica, e se è il sapere tecnico, la tecnologia a dominare la conoscenza, il pensiero non può che ridursi ad una somma di conoscenze empiriche e specialistiche. Tuttavia, la realtà è una, ed una politica che vuole governare e trasformare la realtà non può ridursi ad essere tecnica. La politica ridotta a tecnica è una politica senza anima, strumento di dominio di un ceto privilegiato, semplice gestione del potere. La politica con la P maiuscola, quindi, sarà necessariamente frutto di una sintesi delle varie forme di sapere e di scienza, dovrà assumere la forma di sapere filosofico, essere un’applicazione della filosofia alla realtà. La filosofia, intesa come scienza generale del sapere, è infatti per definizione il tentativo di portare a sintesi tutto il sapere umano. E l’umanità, che tenta di liberarsi del dominio della tecnica e riappropriarsi del proprio destino, di fronte a pericoli quali il surriscaldamento del clima e il potenziale estinguersi della vita umana stessa, tornerà e sta tornando a riscoprire il valore del pensiero filosofico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La negazione della filosofia, la sua morte, è stata dichiarata nel corso del secolo passato come effetto dell’affermazione del pensiero positivista e neo positivista, che appunto ha gradualmente ridotto la filosofia a linguaggio, ad una specie di matematica del pensiero. Anche la vulgata marxista, che interpretava le sovrastrutture come falsa coscienza, come illusione, poiché l’unica realtà vera è la struttura economica, l’attività pratica attraverso cui gli uomini producono beni economici e riproducono la propria esistenza, ha contribuito al declino della filosofia. Ma fu proprio un marxista innovativo ed “eretico” come Gramsci nei suoi Quaderni a spiegarci che la sovrastruttura non può intendersi come pura apparenza, perché è attraverso di essa che l’umanità prende coscienza della realtà in cui vive. Filosofia e politica per Gramsci erano la stessa cosa, perché se compito dei filosofi è non limitarsi ad interpretare la realtà, ma trasformarla, secondo il celebre aforisma di Marx, la filosofia per eccellenza non può che essere attività politica, ossia attività pratica che plasma la società attraverso l’azione collettiva degli esseri umani associati. La politica diventa per l’appunto l’anello di congiunzione tra la realtà economica e sociale e il pensiero umano, che si influenzano a vicenda. La realtà materiale, la struttura, agisce sul pensiero, che ne viene forgiato, ma a sua volta il pensiero umano, in tutte le sue forme, agisce sulla realtà modificandola.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi non abbiamo le speranze e le certezze rivoluzionarie di Gramsci, che pure elaborava le sue teorie tra le mura di un carcere dove fu rinchiuso dal fascismo, ma non possiamo rinunciare all’idea di una politica che cambia la società, che non sia strumento nelle mani di pochi. Ed una politica siffatta deve fare i conti con il pensiero umano, con ciò che esso ha prodotto nella civiltà in cui viviamo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’altra domanda da porsi è quindi quali sono le fonti, i riferimenti del pensiero, del sapere filosofico di cui il PD deve dotarsi?  Certamente, non si può pensare oggi che un partito abbia un’unica dottrina, un dogma cui riferirsi. Ciascun singolo militante, dirigente, avrà le sue preferenze filosofiche. E’ importante che in un partito tuttavia sia presente un dibattito teorico rigoroso, che faccia i conti con i principali filoni filosofici esistenti, e che si cerchi continuamente una sintesi tra i diversi approcci, secondo un metodo scientifico. Ciò che la filosofia e la scienza moderne più avanzate ci insegnano, innanzi tutto, è che le conclusioni cui la conoscenza ci conduce non sono mai definitive, devono continuamente essere sottoposte a critica e verifica. Nondimeno, il pensiero di un partito, che va considerato come un vero e proprio organismo pensante collettivo, dovrà avere una sua coerenza interiore, una sua sistematicità, dovrà cioè essere in grado di arrivare attraverso il dibattito, sulle questioni specifiche e su quelle più generali, a conclusioni generalmente condivise, per quanto non definitive, elaborate attraverso il metodo dell’analisi e della verifica. I riferimenti quindi saranno plurali, ma la scelta dei pensatori e dei filoni cui rivolgersi non può essere casuale.  Anche la scelta in questo caso ha un significato politico. Un partito che voglia essere democratico, progressista, ambientalista, sceglierà come riferimenti intellettuali e correnti di pensiero, cui attingere, che abbiano lo stesso orizzonte di valori, approcciandosi ad essi in modo critico. Senza rinunciare allo studio e alla critica anche dei pensatori e degli intellettuali “avversari”, che spesso è altrettanto utile della conoscenza delle fonti “amiche”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La scelta non dovrà essere casuale soprattutto per un’altra ragione. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo sforzo dei dirigenti e degli intellettuali, che collaborano con il partito sarà quello di ricercare ciò che a livello non solo nazionale ma principalmente a livello mondiale, il pensiero offre di più avanzato. Come lo si stabilisce? Il criterio dovrà essere scientifico anche in questo caso: con rigore si dovrà rintracciare quali siano gli approcci culturali e filosofici che hanno risolto o possono contribuire a risolvere i problemi concreti più attuali, che offrono le soluzioni più utili e più funzionali secondo gli obiettivi che il partito si propone. In campo scientifico, è molto facile stabilire che la fisica fondata sulla relatività e sulla quantistica è più avanzata di quella newtoniana. In campo politico, è più difficile, ed il parametro, il criterio di riferimento non può che essere dato dagli scopi che il partito si propone (un partito che vuole combattere il surriscaldamento del clima, ritenendo che ciò sia prioritario, certo non si rivolgerà a studiosi che negano l’esistenza del problema; un partito che è per l’integrazione delle etnie e delle religioni diverse all’interno dello stesso Stato prediligerà filosofi e sociologi che sostengono la società multietnica e ne dimostrino la necessità e l’opportunità, ecc.). Del resto, nella stessa scienza, che non è anch’essa scevra del tutto da condizionamenti ideologici, da orientamenti etici e così via, le teorie elaborate dai diversi scienziati sono sottoposte nelle riviste più autorevoli e nei convegni ad esame, confutazione, confronto. Non di rado, teorie stroncate dalla maggioranza degli scienziati dopo qualche anno o persino decennio si sono rivelate invece più veritiere ed efficaci. Lo stesso metodo dovrebbero darsi i partiti, dotandosi degli strumenti idonei (riviste, fondazioni, ecc.), applicandolo con rigore e serietà e investendo risorse nella ricerca e nella formazione.&lt;br /&gt;C’è da dire che quasi tutti i maggiori partiti dell’Occidente si dotano di tali strumenti ed hanno importanti fondazioni di riferimento, o direttamente collegate al partito come avviene in Germania o di area come avviene in Inghilterra e negli Stati Uniti. Anche se quasi sempre la loro elaborazione rimane patrimonio di pochi intellettuali, spesso poco ascoltati. Nel PD esiste una pluralità di Fondazioni, che non operano tuttavia secondo un metodo organico e spesso sono strumenti al servizio di correnti personalistiche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rigore intellettuale, ricerca, metodo scientifico, dibattito libero costituiscono le condizioni di un approccio che consenta ad un partito di dotarsi di un pensiero coerente, di non far scadere il pluralismo in eclettismo vuoto e inconcludente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fatta questa premessa, e cioè che l’elaborazione di una filosofia, di una specifica concezione del mondo, non può esimersi da un approccio sistematico e coerente, diventa evidente che la scelta dei riferimenti culturali del pensiero democratico non può che essere conseguenza di un’attenta individuazione, come vero e proprio atto propedeutico, delle questioni principali e generali che la politica deve affrontare nell’epoca attuale. Provo ad indicarne alcune:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-          Il rapporto tra scienza e etica che oggi è la questione delle questioni che l’umanità ha di fronte. E collegato a ciò, il rapporto tra scienza, politica e fedi religiose con il risorgere dei fondamentalismi e degli integralismi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-          La crisi economica mondiale, che è conseguenza della separazione tra economia finanziaria e economia reale, la sempre maggiore divaricazione tra redditi da capitale e redditi da lavoro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-          Il surriscaldamento del clima e la questione ambientale che mettono a repentaglio la sopravvivenza stessa della specie umana sulla terra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tuttavia, al fondo di tutto questo c’è lo sviluppo dell’economia globale, questa nuova gigantesca fase di mondializzazione del mercato che è seguita alla rivoluzione neoliberista a cavallo tra gli anni settanta e ottanta. Il crollo del blocco socialista e l’affermazione del modello occidentale come unico modello dominante, e poi il grande cambiamento tecnologico derivante dall’informatica, hanno costituito un ulteriore fattore propulsivo, che ha potentemente accelerato la globalizzazione dell’economia. I grandi problemi che prima citavo in fondo non sono che effetti di questa trasformazione. L’economia, la scienza e la tecnica sono diventate grandi potenze globali, in conseguenza della vittoria e della diffusione su base mondale, senza più alcun ostacolo, dell’economa di mercato capitalistica, mentre la politica, la democrazia, il lavoro, in poche parole le persone continuano a vivere e ad agire su base locale e nazionale, fatta eccezione per una ristretta èlite che ha i mezzi economici e cognitivi per assurgere al rango di ceto dominante globale: la classe dei nomadi, come l’ha definita Attali. Questa classe detiene le leve del potere finanziario, mediatico, culturale, possiede ingenti ricchezze che spesso sfuggono alle tassazioni nazionali, perché collocate sui mercati azionari o persino nei cosiddetti paradisi fiscali. E il suo potere è quindi un potere globale che sta sopra i singoli Stati nazionali.&lt;br /&gt;Da questo fenomeno deriva la scissione tra l’economia finanziaria, che è alimentata dai capitali di questa classe dominante nomade, e l’economia reale, costituita dalle imprese e dai lavoratori stanziali, su cui si scaricano i costi delle ripetute crisi economiche alimentate dalle bolle speculative finanziarie.&lt;br /&gt;Dal dominio della scienza e della tecnica come grandi forze globali, che condizionano la vita delle persone spesso senza la capacità di dare senso e significato ad essa, deriva la reazione fondamentalista delle grandi religioni, non solo di quella islamica. Così come sono i fenomeni migratori di massa, effetto dell’economia globale e delle gravi disparità che attraversano il mondo, a determinare nei paesi occidentali rigurgiti di razzismo, xenofobia e rifiuto delle diversità culturali.&lt;br /&gt;Ed infine la questione climatica è evidentemente la conseguenza di un modello economico, tecnologico ed energetico che, una volta diffusosi in tutto il pianeta, diventa insostenibile per il suo impatto sulla biosfera e sul clima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ quindi sulla capacità di leggere la società globale e rispondere alle trasformazioni che essa determina che si misura la validità di una nuova concezione del mondo, e su cui è necessario giudicare ciò che di vivo e di morto c’è nel pensiero moderno.&lt;br /&gt;Il Partito Democratico dovrà chiedersi se esiste una filosofia democratica attuale, che si sia misurata con tali questioni. Tale ricerca non potrà che rivolgersi innanzi tutto verso il pensiero liberale, che dopo la sconfitta storica dei sistemi politici di ispirazione socialista risulta essere la cultura dominante nel mondo attuale. Non ovviamente a quel filone del pensiero liberale, che ha concepito l’affermazione del neoliberismo e la sconfitta del socialismo reale come Fine della Storia, e che ha di conseguenza considerato il libero mercato come unico modello storicamente possibile. Tale idea, che è stata denominata Pensiero Unico, non fa i conti e anzi si rifiuta di farli con le contraddizioni della società globale, ed è oggi messa in discussione dall’evidenza della crisi non solo economica ma di egemonia del modello occidentale. Esiste tuttavia da tempo un filone che potremmo definire democratico - liberale e neoilluminista, che si interroga su come conciliare capitalismo e democrazia, liberalismo e giustizia sociale. Questo filone oggi si rende conto che la grande questione da porsi è come sia possibile globalizzare la democrazia, cioè fare in modo che alla globalizzazione del mercato corrisponda la creazione di una sovranità democratica post nazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci sono alcuni riferimenti a mio avviso essenziali da questo punto di vista, anche se il numero di intellettuali che su questo tema si è interrogato è assai ampio, e c’è solo l’imbarazzo della scelta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In primo luogo Jurgen Habermas, con la sua idea di un patriottismo costituzionale, che nasca dall’etica del discorso e dall’agire comunicativo, ha consentito al pensiero democratico liberale di assumere la sfida del multiculturalismo e della crisi delle democrazie nazionali. Nella concezione di Habermas tutte le posizioni filosofiche, etiche e religiose sono legittime e possono partecipare all’arena democratica, purché rinuncino ad imporre la propria verità e accettino alcune regole procedurali che consentono il libero confronto e la condivisione delle conclusioni cui si giunge attraverso il confronto delle idee. In tal modo, le visioni ideologiche e religiose differenti non solo non rinunciano a se stesse, ma diventano un valore positivo per la democrazia, perché contribuiscono ad innervare il dibattito pubblico e ad orientarlo secondo convincimenti etici profondi. Le deliberazioni assunte nell’arena democratica non saranno il risultato della semplice ricerca dell’interesse e della convenienza dei più, ma la sintesi più alta possibile delle diverse idee di ciò che è meglio per tutti. Questo rende anche possibile la nascita di una democrazia post-nazionale, in cui le differenze etniche, culturali e di nazionalità non diventino ostacolo alla formazione di un vero e proprio patriottismo di nuovo tipo, non più su basi nazionali, ma forgiato dalla possibilità per ognuno di riconoscersi in un organismo etico complesso, in cui le proprie verità siano accolte e integrate, e che assicuri a ciascun cittadino la possibilità di coltivare il proprio bene individuale così come quello collettivo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Accanto ad Habermas, un riferimento essenziale è il filosofo ed economista indiano Amartya Sen, che è riconosciuto come il teorico dell’eguaglianza. Con la sua concezione dell’eguaglianza come insieme delle possibilità e delle capacità, che la società consente all’individuo di esercitare concretamente, non solo ha il merito di aver tolto questo valore fondante per tutte le ideologie democratiche e progressiste dal fumo del’astrazione e delle utopie impossibili, ma lo ha anche universalizzato, reso compatibile con le diversità culturali di un mondo sempre più integrato. Se l’uguaglianza è data dall’uguale possibilità di scelta di ciascun individuo è evidente che tra queste possibili scelte c’è anche quella di poter vivere la propria identità, senza sopraffare il prossimo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un altro intellettuale che in questi anni ha aiutato me e molti altri a comprendere i fenomeni culturali e politici connessi alla globalizzazione è il sociologo tedesco Ulrich Beck, punto di riferimento in particolare degli ambientalisti e delle correnti più innovative del pensiero progressista. Secondo Beck, la società contemporanea è una società del rischio globale: i grandi pericoli che il mondo deve affrontare, dal surriscaldamento del clima al terrorismo internazionale, mettono in crisi le certezze tradizionali. Nessuno cittadino è al sicuro nei recinti degli Stati nazione, che non sono più in grado da soli di fronteggiare tali sfide. Solo un nuovo cosmopolitismo, ossia la costruzione di una cittadinanza globale responsabile, ed il rovesciamento della classica impostazione del realismo politico, attraverso l’assunzione del principio che non esistono più tante politiche estere dei singoli Stati ma una sola politica interna mondiale, possono metterci nelle condizioni di fare i conti con le incertezze e le insicurezze della società globale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Finisco qui un elenco che altrimenti potrebbe essere infinito, ma questi esempi importanti stanno a dimostrare come la parte più vitale del pensiero liberale e democratico, cui il Partito Democratico deve fare riferimento, sia quella che ha dato risposte in termini positivi alle nuove sfide della globalizzazione, interrogandosi sulle condizioni per cui sia possibile universalizzare e globalizzare la democrazia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma la ricerca di ciò che c’è di vitale nel pensiero democratico moderno non può fermarsi qui, e deve saper individuare anche i punti critici. Il punto critico fondamentale di queste visioni neo illuministe, se così mi si consente di chiamarle, sta nel fatto che non tengono conto che il modello democratico - liberale, lungi dall’essere qualcosa di sempiternamente valido e riconosciuto come tale, è in realtà un prodotto storicamente determinato della civiltà occidentale. Esistono civiltà nel mondo, visioni filosofiche e religiose, che non accolgono la verità di questo modello e non sono disponibili ad accettare nemmeno la condizione habermasiana di verità parziali, che concorrono a definire attraverso il libero confronto un’idea superiore di verità condivisa.&lt;br /&gt;I neoilluministi all’Habermas hanno in poche parole il difetto di essere fin troppo cosmopoliti, e di presupporre un’unificazione del mondo che, seppure spinta in avanti dalla globalizzazione, rappresenta una prospettiva tutta da realizzare, che per ora deve fare i conti con divisioni storiche profonde, derivanti dalle rivalità nazionali, dalle disparità nelle condizioni di vita, dalle resistenze culturali che persistono nel mondo, pur profondamente trasformato e dominato dalla civiltà occidentale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A questa visione neoilluminista e neokantiana dell’universalità dei valori di libertà e uguaglianza, dei diritti umani, fa da contraltare nel dibattito contemporaneo la filosofia cosiddetta comunitarista, che cerca invece di mettere in risalto il valore delle comunità, delle tradizioni condivise come argine al dominio della società globale, che genera spaesamento, perdita delle radici e quindi di ogni dimensione etica del vivere civile. E’ un approccio, che pur avendo seguaci persino nell’area progressista, in realtà finisce con il legittimare i leghismi vari, le pulsioni neonazionaliste e populiste.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tra queste due visioni, credo sia possibile una terza via, in cui forse la cultura italiana che da decenni non esprime nulla di originale nel dibattito internazionale può dire la sua, se ritrova le sue radici profonde e le proietta nel nuovo mondo.&lt;br /&gt;C’è da riscoprire e rielaborare, alla luce dei cambiamenti epocali del mondo attuale, la tradizione storicista italiana. Infatti, è dai tempi di Croce e Gramsci che l’Italia non esprime più pensatori in grado di influire sul pensiero europeo e mondiale. Benedetto Croce, il grande filosofo abruzzese, massimo esponente dell’idealismo italiano, è stato uno dei più influenti intellettuali nell’Europa della prima metà del secolo scorso. Poi è letteralmente scomparso dal dibattito culturale europeo nel secondo dopoguerra, mentre l’influenza di Antonio Gramsci e dei suoi Quaderni del carcere è progressivamente cresciuta nei decenni successivi, ed è oggi l’intellettuale italiano più conosciuto, studiato e dibattuto all’estero, anche se trascurato in patria, o almeno non studiato come meriterebbe per il suo peso nella cultura mondiale. Ma Gramsci senza Croce non è pensabile. Gramsci è null’altro che il continuatore della tradizione storicista italiana, che oltre al Croce ha i suoi antecedenti in Antonio Labriola, De Sanctis, Spaventa e si potrebbe risalire fino a G.B. Vico. Un continuatore che ovviamente ha però profondamente riformato e modernizzato il pensiero storicista, mantenendone intatto il nucleo di fondo: la natura umana non è altro che il suo sviluppo storico. Non esistono modelli economici, dottrine, filosofie, validi una volta per sempre. L’agire umano, che è un agire sociale, modifica i modi di pensare, le forme culturali, le stesse strutture economiche e sociali secondo le proprie esigenze, che mutano nel tempo e nello spazio, diventando progressivamente più complesse ed evolute. Questi mutamenti non avvengono casualmente, ma secondo leggi storiche che non sono però meccaniche, cioè frutto di automatismi; gli uomini non sono automi, ma è la loro volontà, non quella dei singoli, ma quella collettivamente organizzata, a determinare e forgiare mediante il proprio agire tali leggi storiche, secondo che le diverse volontà si combinino, si aggreghino o entrino tra loro in contrasto. Alcune di queste leggi Gramsci le condensa nel concetto di egemonia, ossia nella constatazione che sono sì le classi dominanti sul piano economico, come aveva osservato Marx, a condizionare l’organizzazione delle società umane, ma che questo dominio si stabilizza e si regge fino a quando le classi dominanti riescono ad essere egemoni, cioè a costruire un sistema di consenso nella società, e quindi a dominare non solo la struttura produttiva ma anche il modo di pensare, non solo gli interessi materiali ma anche le coscienze delle persone. E questo attraverso un complesso apparato di potere, in cui un ruolo decisivo è svolto dai ceti intellettuali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ritornare a Gramsci, quindi. Il Gramsci che tuttavia serve non è il santino cui è stato ridotto dalla sinistra italiana, che spesso si è cullata nel proprio provincialismo presupponendo una qualche sua superiorità culturale, solo perché figlia di un pensiero gramsciano, che in realtà si è smesso di studiare e di aggiornare alla luce dei cambiamenti epocali degli ultimi decenni. Come se rifarsi a Gramsci bastasse per capire il mondo di oggi, peraltro profondamente diverso da quello in cui egli viveva. Ciò che dobbiamo riprendere da lui invece è il metodo, l’approccio integralmente storicista e quindi antidogmatico, la curiosità verso il mondo: il Gramsci che si interessa della storia degli intellettuali del Giappone, dell’America Latina, del mondo arabo. Il Gramsci che intuisce la forza modernizzatrice dell’americanismo e del fordismo.&lt;br /&gt;Insomma, è inutile tornare a Gramsci se non si accompagna il recupero del suo pensiero con il confronto delle correnti di idee del mondo attuale, se anche in questo caso non facciamo un’opera di selezione di ciò che è ancora vivo rispetto a ciò che non è più riutilizzabile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma non è questa la sede per una ricostruzione circostanziata del pensiero gramsciano. Ciò che qui interessa è che la sua visione storicista ci aiuta a comprendere meglio cos’è la globalizzazione e la natura della sua crisi attuale, che non è altro che l’ultima manifestazione di ciò che il pensatore sardo aveva individuato come la principale contraddizione del capitalismo contemporaneo: il cosmopolitismo dell’economia ed il nazionalismo della politica. La crisi della globalizzazione non è altro che la risultante dell’apogeo prima e del declino poi del capitalismo occidentale sul piano globale, della sua incapacità di governare le trasformazioni cui ha dato luogo, della sua crescente impossibilità di soddisfare le necessità dei nuovi protagonisti che esso stesso ha suscitato, rendendo partecipi del benessere economico milioni di essere umani che per secoli e secoli ne erano rimasti fuori. Il suo dominio mostra il fiato corto, perché non riesce più a generare un consenso prevalente attorno a sé, non riesce ad esercitare ciò che oggi gli americani chiamano il soft power, che non è come qualche intellettuale neo con semplicione vuole fare credere la sostituzione della forza delle armi con l’influenza dei McDonald’s e della pop music. Il soft power, che è una categoria che i politologi americani hanno coniato di recente, mutuandola in parte dall’elaborazione di Gramsci, ormai più studiato e conosciuto in America che in Italia, si ha quando alla pura forza coercitiva si sostituisce l’adesione spontanea e cosciente ad un ordine superiore, in grado di soddisfare l’interesse e le esigenze non solo dei gruppi sociali o delle nazioni dominanti, in questo caso occidentali, ma della maggioranza se non della totalità dei gruppi sottoposti o delle altre nazioni. Questo spiega perché oggi ci sia una crisi di consenso del modello occidentale, che non riesce a soddisfare l’esigenza di sviluppo della stragrande maggioranza delle popolazioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La visione storicista, che ci viene da pensatori come De Sanctis, Croce, Gramsci, ma anche da importanti filosofi contemporanei come Rorty, ultimo esponente di punta del pragmatismo americano, ci consente soprattutto di capire come siano prive di senso sia la pretesa di imporre al resto del mondo i modelli culturali, politici e sociali delle democrazie occidentali, e sia la visione secondo cui sarebbe vano sperare in un’evoluzione in senso democratico di paesi appartenenti ad altre civiltà. Nessuna civiltà storicamente determinata è immodificabile, nessuno può escludere che i popoli islamici o gli stessi cinesi, che non hanno mai conosciuto sistemi democratici di governo nella loro storia plurimillenaria, possano sviluppare forme proprie di democrazia, così come hanno fatto i popoli occidentali, ed è anzi ragionevole pensare che quanto più progressivamente queste civiltà si integreranno nella società globale tanto più questa evoluzione sarà necessaria. Ciò che sta accadendo in Iran, e persino le tensioni etniche e sociali che ci sono in Cina, ne sono una dimostrazione: i popoli di cultura islamica, così come i popoli asiatici, che vivono sotto regimi autoritari e che hanno la possibilità di accedere soprattutto tramite internet alle stesse informazioni di qualsiasi cittadino occidentale, e possono confrontare le loro condizioni di vita con quelle di cittadini di altri paesi democratici, sempre più rifiutano, soprattutto donne e giovani, di continuare a subire condizioni di minorità e privazioni di libertà essenziali altrove consentite (esprimersi, istruirsi, dissentire, decidere, ecc.), e quando possono si ribellano. Seguiranno la loro strada, imporre loro la nostra è sbagliato e non produttivo, anche se senza dubbio la globalizzazione e l’influenza della civiltà occidentale potranno aiutarli. A patto però che questa sappia sostituire, come ebbe a dire Bill Clinton nel suo discorso all’ultima Convention democratica, al potere della forza il potere dell’esempio.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2328171715272376701-7473402662531786254?l=seilpartitodemocratico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/feeds/7473402662531786254/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/2009/12/breve-saggio-terza-parte.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2328171715272376701/posts/default/7473402662531786254'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2328171715272376701/posts/default/7473402662531786254'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/2009/12/breve-saggio-terza-parte.html' title='BREVE SAGGIO. TERZA PARTE'/><author><name>a. c.</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2328171715272376701.post-750701420895792020</id><published>2009-12-05T02:45:00.000-08:00</published><updated>2009-12-05T02:46:25.732-08:00</updated><title type='text'>BREVE SAGGIO INTRODUTTIVO. SECONDA PARTE</title><content type='html'>L’IDENTITA’&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una delle ragioni per cui il PD non è riuscito ad essere una forza riformista credibile come alternativa, collocandosi stabilmente attorno al 35-40% dei consensi, si ritiene sia la sua mancanza di identità, l’assenza di un profilo riconoscibile. E’ una delle questioni più dibattute all’interno del partito e anche sugli organi di informazione, senza che si riescano mai a chiarire i termini del problema discusso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nessuno finora si è, infatti, chiesto in cosa consista l’identità di un partito. L’unica certezza in proposito che si può ricavare dalla discussione è che l’identità di un partito non è l’elenco delle sue proposte programmatiche…&lt;br /&gt;Se così fosse, il PD sarebbe dotato di identità più di qualunque altro partito italiano, se non europeo, data la mole di documenti programmatici elaborati. Evidentemente, l’identità è qualcosa di più, è l’ispirazione di fondo che deve sottendere un programma, ciò che lo rende leggibile e riconoscibile.&lt;br /&gt;Sembrerebbe allora che essa debba consistere nella possibilità di ricondurre le idee di un partito ad una determinata tradizione politica. Oppure di attribuirgli una delle collocazioni convenzionali della topografia politica: sinistra, destra, centrosinistra, centrodestra.&lt;br /&gt;Queste due concezioni sono entrambe superficiali e sbagliate.&lt;br /&gt;L’identità di un partito non può essere definita dalla sua tradizione, né tanto meno dalle definizioni convenzionali di destra e sinistra, che, tra l’altro, nel corso della storia, dalla Rivoluzione francese in poi, hanno mutato significato radicalmente. La storia è piena di partiti che nascono e muoiono, che si scindono e si trasformano…&lt;br /&gt;Se così fosse, i partiti nuovi sarebbero sempre privi di identità per definizione. Forza Italia e poi il PDL, che di Forza Italia è in gran parte l’emanazione, sarebbero in conseguenza partiti assolutamente non identitari: cosa c’è di meno riconducile alle tradizioni politiche e democratiche del berlusconismo? La conseguenza finale di questo ragionamento sarebbe considerare l’assenza di identità un vantaggio ed un punto di forza, e non di debolezza. Potremmo anche solo per un attimo ammettere questa conclusione, e ricavarne che alla fin fine la mancanza di una chiara identità non dovrebbe essere sentita dai democratici italiani come un problema. Ma…&lt;br /&gt;Subito dopo dovremmo però allargare lo sguardo e chiederci: e la Lega? Tutto si può dire tranne che la Lega non sia un movimento fortemente identitario, eppure non meno privo di riferimenti alle tradizioni politiche storiche.&lt;br /&gt;La verità è che l’identità di un partito si costruisce non nel passato, ma nel presente, ed ha consistenza se si proietta nel futuro. Può essere costruita attraverso la rielaborazione ed il continuo adeguamento al presente di una tradizione storica, che però viene meno quando non è più capace di adeguarsi nell’attualità. E questo spiega la morte di partiti con grandi tradizioni alle spalle, come è avvenuto in Italia per i partiti della Prima Repubblica. Oppure, può essere costruita ex novo, come è il caso del partito berlusconiano, in cui l’identità è Berlusconi stesso, e della Lega, in cui l’identità è data dal mito in gran parte artificioso della Padania.&lt;br /&gt;Dunque, non è la tradizione che fa l’identità di un partito ma è il suo essere espressione di una concezione del mondo, anzi più tale concezione è originale, innovativa ed autonoma più sarà forte l’identità del partito che la esprime.&lt;br /&gt;L’esperienza di Forza Italia ed in parte della Lega sembrerebbe suggerire che la rielaborazione della tradizione e della storia, di cui pure nessun partito nuovo può fare a meno, può essere meno importante di quanto non si ritenga. In realtà questa rielaborazione è avvenuta, a causa del disfacimento della Prima Repubblica, in termini quasi esclusivamente distruttivi del passato. Non a caso la Costituzione è stata considerata da queste forze, fin dall’inizio, un retaggio di cui liberarsi. Perché però tale nuova concezione non appartenga ad un’èlite ristretta, ma abbia una larga base popolare di condivisione, e si abbia quindi un vero e proprio partito, non deve essere astratta, ma corrispondere ad un’esigenza reale della società, ad interessi specifici di settori più o meno larghi della popolazione, e tradursi in convinzioni, comportamenti di etica pubblica diffusi, radicamento territoriale. Ogni partito sarà composto da un’èlite intellettuale (e anche la Lega e il partito berlusconiano ce l’hanno), che ha il compito di elaborare la filosofia, la visione alta della politica, in cui esso si riconosce, e da gruppi più larghi di militanti, simpatizzanti, fino al semplice elettore, che aderiscono al partito sulla base di passioni e di idee meno elaborate e più immediate. Più l’esigenza di cui la visione del partito si fa interprete è reale e duratura, più l’identità del partito ed il suo radicamento saranno permanenti e non transitori. Senza escludere che possano formarsi, come è accaduto, partiti che siano espressione di esigenze storiche parziali e di breve durata, e che pertanto nascono e muoiono nel breve periodo, assumendo spesso le sembianze di partiti non organizzati e non “di massa”, e quindi si hanno i partiti-movimento o legati al percorso politico di singole personalità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi non possiamo sapere con certezza se la Lega si rivelerà un partito di durata effimera, anche se la sua storia è già quasi trentennale, e se lo stesso sarà per il PDL, dopo che si sarà conclusa la parabola politica del suo leader, sta di fatto che allo stato si tratta di partiti con scarso retaggio ma che hanno un’identità forte e riconoscibile, in quanto la concezione del mondo che esprimono corrisponde ad esigenze profonde della società italiana, per quanto poco edificanti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo ragionamento vale per i nuovi partiti, vale anche per i partiti storici: per quanto sia antica la loro origine, se non si dimostrano adeguati alle necessità storiche attuali, se viene meno la loro funzione, la loro utilità generale per il Paese, decadono e muoiono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’identità politica di un partito, in poche parole, non è altro che la sua capacità egemonica, ossia la sua capacità di fare presa sulla società, di guidarla, attraverso l’insieme di valori etici e di interessi specifici che è in grado di rappresentare. I partiti non sono altro che nomenclatura della società civile, come scriveva Gramsci, nella combinazione di forza e consenso che costituisce l’autorità dello Stato sulla società, rappresentano quando funzionano e non si trasformano in organismi chiusi il momento del consenso che si organizza, che è poi l’aspetto sempre più decisivo nelle società democratiche complesse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se questa è la definizione di identità, ne consegue che non esistono partiti privi di identità, e che non c’è identità senza ideologia di riferimento. Questa ideologia può essere più o meno aperta, più o meno tollerante, più o meno “liberale” (anche se il liberalismo in senso stretto è un’ideologia storicamente specifica), anche se nessuna ideologia può rinunciare ad alcuni suoi dogmi e certezze, che il militante semplice accoglie come verità date. Ciò che distingue le ideologie “liberali” da quelle totalitarie è che esse accettano alcuni limiti e regole comuni; è come nel calcio quando le diverse filosofie di gioco delle squadre tra loro in competizione per confrontarsi devono accettare di stare dentro un campo da gioco delimitato dalle linee bianche e dentro una cornice di regole riconosciute, non solo formali ma anche “etiche” (il rispetto dell’avversario, il saper perdere, ecc. che formano il cosiddetto flair play). Le ideologie “liberali” accettano in poche parole una base comune di condivisione, che non può che essere data nelle moderne democrazie da ciò che Habermas chiama il patriottismo costituzionale (un insieme di valori e di procedure, che garantiscono che la competizione tra ideologie antagoniste avvenga su basi razionali, dialogiche, ossia sul terreno del consenso e non su quello della forza e dell’imposizione delle proprie idee su chi la pensa diversamente). E’ ciò che il senso comune traduce nell’espressione: “Siamo in democrazia, ognuna la pensa come vuole”.&lt;br /&gt;Che le ideologie in democrazia debbano accogliere questo principio di autolimitazione non fa sì che smettano di essere tali, ma vuol dire semplicemente che per fortuna un’ideologia specifica che si chiama liberalismo ha vinto la sua battaglia storica per l’egemonia, plasmando l’intera civiltà, e almeno in Occidente tutte le moderne costituzioni si ispirano ad i suoi dogmi (separazione dei poteri, libertà di opinione, ecc.), che forniscono il quadro di regole comuni accettato anche dalle altre ideologie. Si può dire per questa ragione che nelle moderne liberaldemocrazie, le ideologie politiche sono tutte e sempre “riformiste”, ossia tendono a modificare il modello politico ed economico esistente, e non possono mai essere rivoluzionarie, perché sarebbero incompatibili con la natura costituzionale del sistema.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’ideologia, a mano che si voglia recepire di essa solo il concetto deteriore, non è altro che la concezione del mondo elaborata dall’èlite che dirige il partito così come viene percepita, sentita e fatta propria dal senso comune, dall’opinione diffusa dei cittadini che la condividono. Se non ci fosse la componente ideologica di un partito, le sue idee resterebbero astratte, patrimonio di pochi. Non ci sarebbe per usare un termine del marketing la fidelizzazione, la possibilità di trasformare la filosofia di un partito in convincimento etico, tale da impegnare ciò che di più prezioso il cittadino dispone come tale, il suo voto, il suo investimento in fiducia; non ci sarebbe ossia la capacità di trasformare un progetto politico in una fede a volte quasi religiosa (per cui persino il mito fasullo della Padania diventa un obiettivo reale su cui si mobilitano le energie ed il consenso di milioni di persone, per non parlare di ciò che in passato furono la fede comunista o socialista, ecc.). Ed è per questo che un partito non vive senza ideologia, senza miti, senza simboli di riferimento, che possono essere rappresentati, a seconda del grado di maturità e di complessità del movimento che lo sostiene, da una personalità storica, da un insieme di princìpi, da un modello costituzionale di riferimento (repubblica, monarchia, ecc.), da una classe sociale, da un’utopia, e così via.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Del resto, basta guardarsi attorno per vedere che nel mondo non esiste un solo partito importante senza ideologia di riferimento. Lasciamo perdere l’Europa, dove le due componenti politiche essenziali, per quanto indebolite, sono tuttora i socialisti e i democristiani, cui si aggiungono i verdi, i neocomunisti, i nazionalisti, ecc., tutte forze la cui impronta ideologica è evidente. Guardiamo le principali democrazie del mondo. In India governa un partito, il Congresso Indiano, in cui l’impronta ghandiana è talmente forte, che i suoi leader debbono quasi necessariamente portare il nome del fondatore ed essere discendenti della sua famiglia; in Brasile il confronto è tra il Partito dei Lavoratori di Lula (che ha unificato trotzkisti, teologi della liberazione, sinistra radicale, anche se il Presidente brasiliano ha negli ultimi anni impresso una svolta in senso riformista) e l’opposizione socialdemocratica (anche se si tratta di una forza che di socialista ha solo il nome, mentre in realtà ha una forte ispirazione liberal-moderata). Nella stessa America, rispetto alla quale è luogo comune teorizzare la somiglianza tra i due grandi partiti, vediamo che nel corso degli ultimi anni i democratici si sono sempre più caratterizzati come il partito dei diritti civili, dello Stato sociale e del multilateralismo in politica estera (sulla scia del kennedysmo, che come si è visto di recente, con i funerali del senatore Ted Kennedy, costituisce il mito di riferimento in cui tutto il partito si riconosce con diverse sfumature, di cui Obama si propone come legittimo erede), ed i repubblicani come il partito della patria con la P maiuscola, del conservatorismo, del nazionalismo in politica estera, oscillante tra interventismo militare e isolazionismo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Partiti senza ideologia non esistono. Parlare di partiti post-ideologici o post-identitari (oggi con la parola post i commentatori e spesso anche i politici risolvono ogni problema di definizione di ciò che non sanno definire) sta solo ad indicare la situazione di partiti la cui ideologia è in corso di trasformazione, come spesso è accaduto nella storia (i partiti americani ne sono la dimostrazione più palese: i democratici all’inizio del secolo scorso erano il partito dei proprietari terrieri medi e piccoli, nel sud erano i più accesi sostenitori della segregazione razziale, poi sono diventati il partito dei liberal, dagli anni sessanta in poi), ovvero di partiti la cui formazione ideologica non è ancora compiuta.&lt;br /&gt;Il PD italiano in questo senso, ma solo in questo, è un partito necessariamente post-ideologico. Ma tale definizione, lungi dal rappresentare una condizione auspicabile, rappresenta solo il suo stato attuale di incompiutezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una buona parte della discussione e della polemica congressuale  sono state rivolte contro l'idea del partito post - identitario. Si parla di recupero delle radici delle tradizioni politiche di origine del PD: quella socialista (sic!) e quella cattolico-popolare. Ora in verità la tradizione post-comunista (non quella socialista, che nel PD non è mai entrata se non con l'eccezione di alcune personalità) è stata liquidata dai Ds e quella cattolico-popolare dalla Margherita, cioè dai partiti che hanno costituito e preceduto il PD, e non si capisce per quale ragione esso dovrebbe ricostituire tradizioni che sono state liquidate dai partiti che lo hanno fondato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Forse vale la pena di non considerare la polemica congressuale spicciola, dove spesso le posizioni politiche sono definite, deformate, adattate secondo l’uso e le convenienze dell’ultimo momento.&lt;br /&gt;In realtà, la teoria del partito contenitore post - identitario fu all'inizio sostenuta un po' da tutti. Del resto, l'unica modalità per tenere insieme la componente postcomunista e quella postdemocristiana, lasciando intatto il ruolo egemonico dei gruppi dirigenti di provenienza, era appunto realizzare un partito che fosse post - ideologico e post - identitario, teorizzare una convivenza conflittuale e competitiva all'interno dello stesso partito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Trattasi, d'altra parte, di due tradizioni politiche che in quanto tali non sono conciliabili, e, infatti, non lo sono mai state. Potevano allearsi tatticamente, persino fare "compromessi storici" o dare vita a Governi di solidarietà nazionale, peraltro effimeri, ma non costituire un unico partito.&lt;br /&gt;In un partito unificato certo possono convivere tradizioni, culture, persino ideologie diverse, anzi all’inizio è inevitabile che sia così. Ma alla lunga un partito non può reggere la coesistenza di visioni diverse della società. Possono coesistere opzioni strategiche diverse per raggiungere gli stessi obiettivi, ma non possono stare insieme fazioni che hanno scopi divaricanti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Possono persino convivere interpretazioni diverse della stessa dottrina, la Chiesa è maestra in questo, fin quando non si arriva alla rottura su questioni che sono essenziali per la stabilità e l’unità stessa della comunità dei militanti (dei fedeli se parliamo di religioni), cioè fin quando le divergenze culturali tra i gruppi dirigenti non diventano tali da dare vita a conflitti insanabili tra gli appartenenti al partito. Ma quanto più le interpretazioni e le correnti di pensiero sono diverse, tanto più deve essere perciò stesso forte e coerente l’ideologia che le unifica.&lt;br /&gt;L'unico modo quindi per poter far convivere in un unico partito tradizioni diverse, senza che la conflittualità regnasse sovrana, era dare vita ad una nuova sintesi. La sintesi, però, come insegna la dialettica hegeliana, non conserva mai ciò che la produce, altrimenti non è una sintesi, ma una semplice sommatoria. Così avviene in natura ove l’incontro di elementi diversi da sempre vita ad un terzo elemento distinto da primi due (l’acqua non è semplicemente l’unione di idrogeno e ossigeno, ma una nova sostanza con qualità sue proprie).&lt;br /&gt;Il PD in questi primi due anni di vita non ha fatto altro invece che oscillare continuamente, e continua tuttora, tra queste due opzioni: il partito contenitore di identità plurali (ed è questo il partito post - identitario, che altro se no?) ed il partito fondato su una nuova appartenenza.La gestione leaderistica di Veltroni, ciò che i suoi critici gli attribuiscono e riconducono alla volontà di avere un partito senza identità, era in realtà proprio il contrario: l'unico modo possibile per dare una propria identità autonoma ad un partito, troppo condizionato dai gruppi dirigenti storici dei partiti di provenienza, era instaurare un rapporto diretto tra leadership e "popolo democratico" accompagnato con il tentativo di costruire un immaginario ed una simbologia propri del PD. Quando un partito che si è appena formato, come è inevitabile che sia in molti casi, non ha una visione condivisa della società, non ha gruppi dirigenti che siano in grado di rappresentare e condividere le nuove esigenze per cui la nuova formazione si è costituita, è normale che sia una figura carismatica a incarnare l’unità e la coesione necessarie. Basta pensare, per stare alla storia recente, al Partito socialista francese la cui unificazione, dalle ceneri della galassia della sinistra non comunista, non sarebbe mai avvenuta senza il ruolo unificante di Mitterand. E sempre più la storia recente ci dice che i partiti, usciti sconfitti in una o più tornate elettorali, riescono a rinserrare le fila e riconquistare consenso solo grazie al ruolo di leadership personali forti: è stato così per i laburisti con Blair, così per i democratici americani (che del resto, come i repubblicani,  hanno istituzionalizzato la ricerca della leadership carismatica con le primarie) con Obama, così per i socialdemocratici con Schroeder, e così via.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Veltroni, sostenitore dell’idea del partito postideologico o “liquido” come è stato denominato (anche se ha sempre rifiutato tale definizione), quindi non ha fatto altro che tentare di dare al PD l’unica forma ideologica possibile, a fronte di un deficit di classe dirigente e di elaborazione culturale, attraverso il cosiddetto nuovismo e il ricorso ad un  immaginario patriottico un po’ superficiale, sulla scia della riscoperta ciampiana del patriottismo italiano di marca neorisorgimentale.&lt;br /&gt;Non bisogna stupirsi di ciò: soprattutto da quando si è perso ogni metodo di critica storica, in politica quasi sempre ciò che si fa è diverso se non contrario rispetto a ciò che si predica. Non esiste autocoscienza delle proprie azioni, di tutte le loro conseguenze e di tutte le implicazioni che ne derivano. Del resto cos'è stato su un piano più generale la teoria della fine delle ideologie, se non il modo per sostituire alle vecchie ideologie del novecento, una nuova ideologia, ciò che in Francia hanno battezzato il Pensiero Unico? Ma ciò corrispondeva ad una realtà storica, al fatto che effettivamente c'era una crisi delle ideologie del secolo scorso. Così per il PD: le vecchie ideologie di provenienza non erano e non sono più in grado di esprimere una strategia per il futuro, ma non c'era una nuova ideologia pronta, ed il condizionamento dei vecchi gruppi dirigenti era ed è ancora troppo forte. Il veltronismo, cioè il combinato di leaderismo mediatico e nuovo immaginario, era l'unico modo storicamente possibile in quel momento per dare un’identità condivisa al PD. Anzi, il vero problema di Veltroni è stato di non essere andato fino in fondo e di non aver rappresentato una leadership sufficientemente forte ed autonoma.&lt;br /&gt;Non ha colto che attorno alla sua idea di PD andava costruita non una direzione collegiale, come gli veniva chiesto e come ha erroneamente fatto, anche se ora gli si rimprovera il contrario, ma un nuovo gruppo dirigente che condividesse questa idea e la sostenesse nel partito, in conflitto con i gruppi dirigenti storici. E così si è trovato in una situazione di paralisi, che si manifestava nell'afasia della leadership sulle questioni più spinose su cui misurava l'identità del partito: il rapporto Stato - Chiesa, il rapporto con i sindacati, la collocazione europea. In parte perché si commetteva l'errore di pensare che ci potesse essere libertà di coscienza sulle questioni che dividevano il partito, frutto della visione sbagliata del partito somma di identità plurali, in parte perché la mediazione estenuante tra gruppi dirigenti con idee divergenti impediva l'assunzione della scelta.Ma ora nella polemica congressuale e nell'impostazione della critica alla fase veltroniana si continua, a commettere esattamente lo stesso errore che si dice di voler evitare. Definire l'identità del PD sulla base delle appartenenze passate vuol dire riproporre l'idea che il partito possa essere la somma delle componenti storiche che lo hanno costituito. Questo errore di prospettiva ha conseguenze pratiche molto concrete e molto gravi. Vuol dire ribadire l'inamovibilità dei gruppi dirigenti storici, il che del resto viene detto esplicitamente e purtroppo ha il suo punto di forza nella fragilità e nella mancanza di autonomia dei nuovi gruppi dirigenti. E vuol dire che quale che sia la nuova leadership, nell'ipotesi in cui prevalesse questa impostazione, si troverà o nella situazione di non poter scegliere sulle questioni nodali che riguardano l'identità del partito oppure di sottoporre il partito a fibrillazioni tali, da creare il rischio effettivo della scissione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quanto ho finora esposto sta a indicare che la strada da percorrere per la costruzione dell’identità del PD è quella di azzerare completamente il suo passato, l’eredità storica dei partiti fondatori? Assolutamente no. Il problema del PD è elaborare una sua concezione della società, dell’Italia e del suo ruolo nel Mondo, che sia all’altezza delle sfide presenti e future. Ciò non può non avvenire innanzi tutto attraverso una rielaborazione della storia italiana, delle ragioni della crisi del Paese, del perché il suo processo di unificazione sia tuttora a rischio, a ben 150 anni di distanza dalla proclamazione dell’Unità. E la risposta principale che il Partito Nuovo deve dare è perché il riformismo nel nostro Paese sia sempre stato debole e minoritario, dato che esso si propone di diventare nelle condizioni storiche attuali la grande forza riformatrice nazionale e popolare che è sempre mancata; e quindi per poterlo essere deve in primo luogo individuare le cause di questa mancanza, per poterle rimuovere. Anche per questa ragione, è un errore di prospettiva pensare che la rielaborazione del passato, che il Partito democratico deve fare, abbia come finalità solo il recupero della componente postcomunista o socialista e della componente postdemocristiana, ma piuttosto il suo tentativo sarà quello di far confluire in una nuova sintesi tutti i tentativi di cambiamento riformista che hanno attraversato la storia nazionale, rielaborandoli criticamente, e quindi le tradizioni cui rivolgersi saranno il complesso delle ideologie progressiste e riformiste storiche del Paese, dal Risorgimento fino ai giorni nostri, da Cavour e Mazzini fino a Berlinguer e Moro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo scopo di tale rielaborazione del passato non dovrà però essere retorico, ma di selezione critica di ciò che di buono va salvato e di ciò che di invece essendo non più attuale non dovrà essere recuperato. Anzi, principalmente, dato che gli aspetti vitali della storia si conservano da soli, in virtù della loro attualità, senza bisogno che nessuno ne declami la necessità, la ricerca storica che un gruppo dirigente politico dovrà fare sarà proprio indirizzata ad individuare i limiti e le insufficienze del passato, per non ripetere gli stessi errori e non riprodurre le stesse inadeguatezze. Uno storico che scrive sull’Impero Romano dovrà impiegare solo poche parole per spiegare che il diritto o altre invenzioni della civiltà romana come gli acquedotti o le reti stradali si sono tramandate fino a giorni nostri, a meno che non voglia scrivere un’agiografia piuttosto che un’opera storico-scientifica; molte più pagine dovrà dedicare alle cause del crollo dell’Impero, a spiegare ciò che di caduco e non storicamente duraturo c’era in quella civiltà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella fattispecie, per quanto riguarda il Partito Democratico bisognerà chiedersi perché né il movimento operaio di sinistra né il movimento popolare democratico - cristiano sono riusciti in definitiva ad unificare il Paese e a modernizzarlo. E con riferimento alla storia più recente perché i governi di centrosinistra non abbiano portato a termine l’obiettivo di cambiare il Paese e di togliere alla destra la maggioranza dei consensi. Obiettivo, quest’ultimo, che non può essere considerato irrealizzabile. L’Italia non è un Paese per natura di centrodestra, come spesso viene ripetuto per pigrizia intellettuale e per comodità auto-assolutoria anche da dirigenti ed intellettuali di sinistra e di centrosinistra, ma ha avuto anche momenti in cui, come a cavallo degli anni Settanta, le forze progressiste erano potenzialmente maggioritarie (ma non hanno mai potuto costituire una maggioranza, a causa della Guerra Fredda e del veto esterno ed interno alla presenza del PCI nel governo,e per il rifiuto di quest’ultimo di ipotizzare governi di sinistra con il 50% + 1 di consensi). Non era un risultato scontato che la destra berlusconiana diventasse maggioritaria nel Paese dopo la fine della Prima Repubblica, e perché questo dato sia rimasto immutato per 15 anni, in maniera quasi ininterrotta, è un qualcosa di cui occorre rendere conto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’altro riferimento, forse ancora più essenziale dell’analisi critica della storia passata, per elaborare una nuova ed autonoma ideologia da parte del PD, è il Mondo, ciò che ci accade attorno. La capacità egemonica di un’ideologia si misura sulla funzione nazionale che è in grado di svolgere; ma l’interesse di un Paese è innanzi tutto quello dato dal ruolo che esso svolge nella politica internazionale, e quindi la prima domanda cui un partito deve saper rispondere è questa: quale ruolo internazionale immagina e propone per il Paese. Questa regola è sempre stata valida, ma oggi nella società globale e sempre più interdipendente, in cui viviamo, assume un nuovo significato. Le sfide della politica sono ormai globali, i grandi rischi che abbiamo di fronte e che mettono in gioco la stessa sopravvivenza del pianeta sono mondiali: dal surriscaldamento del clima al terrorismo, dalle crisi finanziarie ed economiche alla criminalità organizzata. Nessun partito nazionale può rinunciare a “pensare globalmente per agire localmente”, per usare uno slogan degli ecologisti, e sempre più i partiti si inseriscono in network sovranazionali, che recuperano e adattano il modello delle vecchie internazionali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In breve, ciò di cui il Partito Democratico ha necessità è un nuovo pensiero, che non può essere l’astratta sintesi di culture consolidate, ma deve essere il frutto di una rielaborazione critica dell’intera storia nazionale, per un verso, e di un’analisi dei cambiamenti globali, per un altro.&lt;br /&gt;Tale nuovo pensiero dovrà fare i conti con i problemi attuali del mondo e della società contemporanei, e quindi non potrà che essere inserito nel vivo del pensiero moderno contemporaneo, confrontandosi con le correnti di pensiero europee e mondiali, con le elaborazioni più avanzate che la scienza, la filosofia, la cultura ci offrono in Italia e nel Mondo. E questo confronto con il pensiero contemporaneo, finora del tutto assente nel dibattito dei democratici italiani, è infinitamente più utile, per non dire indispensabile, dello sforzo, spesso assai complicato, di rintracciare nelle tradizioni dei partiti fondatori ciò che c’è di valido e attuale, di fronte ad un mondo che negli ultimi 50 anni è cambiato a velocità senza precedenti nella storia dell’umanità.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2328171715272376701-750701420895792020?l=seilpartitodemocratico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/feeds/750701420895792020/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/2009/12/breve-saggio-introduttivo-seconda-parte.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2328171715272376701/posts/default/750701420895792020'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2328171715272376701/posts/default/750701420895792020'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/2009/12/breve-saggio-introduttivo-seconda-parte.html' title='BREVE SAGGIO INTRODUTTIVO. SECONDA PARTE'/><author><name>a. c.</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2328171715272376701.post-6372288252227479153</id><published>2009-12-05T02:30:00.000-08:00</published><updated>2009-12-09T02:57:40.044-08:00</updated><title type='text'>BREVE SAGGIO INTRODUTTIVO. PRIMA PARTE</title><content type='html'>PREMESSA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Partito democratico non ha risolto i suoi problemi con le primarie del 25 ottobre, di questo sono sicuro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Circa tre milioni di italiani si sono recati nei seggi allestiti dai militanti democratici in tutta la penisola. E’ stato un bene per l’Italia, oltre che per il partito. Per la democrazia italiana, che ha bisogno di una grande forza di opposizione, che vive grazie alla partecipazione di milioni di cittadini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con le primarie del 25, il PD ha eletto una leadership forte e autorevole, legittimata dal voto popolare, in grado di costruire un’opposizione più incisiva e di parlare al Paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I problemi che hanno travagliato la nascita e i primi anni di vita del partito, tuttavia, sono tutti lì, irrisolti, di fronte a noi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La nascita e la formazione del Partito Democratico è stato un processo politico senza precedenti, non solo nella storia italiana, ma sicuramente anche in quella europea. Non era la prima volta nella storia che due partiti, i Democratici di Sinistra eredi del Partito Comunista Italiano (con l’integrazione di altre componenti di provenienza socialista, repubblicana, cristiano-sociale) e la Margherita erede della Sinistra Democristiana e dei Popolari (anche qui, con integrazione di altre componenti: Rutelli, liberaldemocratici, ecc.), si fondevano per costituire un nuovo partito. Era la prima volta, però, che ciò accadeva con la partecipazione diretta di milioni di persone, che il 14 ottobre 2007 avevano eletto leader del partito l’ex Sindaco di Roma Walter Veltroni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La gestazione era stata lunga e travagliata. L’idea era stata di Romano Prodi, lanciata con il Manifesto per le elezioni europee del 2004.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Certo, in molti fanno risalire la genesi del PD all’Ulivo del 1996. E’ una delle questioni più discusse, che periodicamente ritornano. In realtà, L’Ulivo era qualcosa di profondamente diverso dal PD. Non solo perché era poco più di un cartello elettorale, che riuscì nel 1996 a vincere le elezioni grazie alla desistenza di Rifondazione Comunista, allora diretta da Fausto Bertinotti, e alla spaccatura tra centrodestra e Lega Nord. Era diverso, anche perché diversi erano i soggetti che lo componevano, molto più eterogenei e frammentati. Ci fu, non lo si può negare, chi fin da allora preconizzò e auspicò l’evoluzione dell’Ulivo in partito, tra questi per l’appunto Walter Veltroni e chi lo contrastò, in primo luogo Massimo D’Alema, allora Segretario del PDS. La verità è che quel cartello elettorale allora non poteva diventare partito, non c’erano le condizioni culturali e politiche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La mancanza di omogeneità della coalizione e di una forza in grado di sostenere l’azione riformista del Governo fu causa del fallimento del primo Governo Prodi, venuta veno dopo il 1998 la spinta coesiva dell’obiettivo Euro, e poi della successiva sconfitta elettorale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’idea del Partito democratico nasce quindi, in effetti, dal fallimento dell’Ulivo, non da un suo naturale sviluppo.&lt;br /&gt;Quando le forze del centrosinistra decidono, nel pieno dell’evidente crisi di consenso della seconda esperienza di Governo Berlusconi, di riproporre Romano Prodi come leader di una nuova coalizione, con Rifondazione Comunista questa volta pienamente partecipe, che si chiamerà Unione, si pone il problema di rafforzare la sua leadership con una nuova forza unitaria che ne sia espressione. Questa volta non come cartello, ma come vero e proprio partito che non può che nascere dall’unità dei riformismi, ossia dall’unione di chi abbia una visione condivisa del governo del Paese. E sarà un’altra elezione primaria a rendere irreversibile questo processo di aggregazione, dopo uno stop imposto dalla Margherita a ridosso delle elezioni regionali del 2005. Furono le prime elezioni sul modello delle primarie americane (nello spirito più che nella forma) ad essersi svolte in Italia, su base nazionale, in cui tutti gli elettori di centrosinistra, compresi quelli della sinistra radicale che sostennero la candidatura di Fausto Bertinotti, consacrarono Prodi come leader della nascente Unione. L’Ulivo quindi non c’era più. C’era l’Unione, alleanza elettorale comprensiva della presenza del Partito della Rifondazione Comunista e di tutta la sinistra radicale, e c’era il nascente partito riformista, la cui costituzione doveva incontrare ancora non pochi ostacoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non ero all’inizio tra i più convinti. Allora ero giovane segretario provinciale dei DS.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo una non lunga riflessione alla fine aderii. Confesso che, nei primissimi tempi, lo feci per senso di disciplina. Ricordo nei mesi estivi del 2003 le interviste di Prodi, D’Alema, Fassino, che acceleravano sul progetto del Partito Riformista, e che mi avevano disorientato. Dopo qualche settimana di dibattito, cominciarono tuttavia ad apparirmi evidenti le ragioni di fondo, che rendevano necessaria la scelta di superare l’esperienza dei Democratici di Sinistra e dare vita ad un Partito Nuovo. La prima ragione politica più immediata era la necessità di avere una forza capace di guidare con autorevolezza una coalizione, che si presentava ancora più eterogenea che nel ‘96. Ds e Margherita divisi, e con la conflittualità reciproca che li contraddistingueva, e che sperimentavo tutti i giorni sul territorio, non erano in grado di assicurare stabilità a quella alleanza arcobaleno che si profilava. La seconda ragione era che vedevo con tristezza il continuo logoramento e il carattere asfittico del Partito dei Ds, che nonostante gli sforzi titanici dell’allora Segretario Piero Fassino, non riusciva ad essere quella forza riformista popolare che avrebbe voluto essere. E poi devo dire che mi convinse molto il Manifesto per l’Europa di Romano Prodi, con cui l’ex Presidente del Consiglio ed ex Presidente della Commissione Europea, nonché prossimo candidato Premier dell’Unione, lanciava la lista unitaria dell’Ulivo per le elezioni europee, primo passo del nascituro partito. Quel documento mi convinceva. Unire gli europeisti, le forza che si battono per un’unità politica dell’Europa, che per me era e resta il grande progetto su cui le forze progressiste europee si dovrebbero impegnare per il futuro, superare le barriere tra laici e cattolici che condividono una visione democratica e solidale della società, erano obiettivi ambiziosi che mi affascinavano. Oggi, quelle ragioni, pure profonde, mi sembrano persino parziali. Non vedevo allora, e non potevo, che in realtà eravamo alle soglie di una profonda ulteriore trasformazione del mondo, di una crisi senza precedenti, che sconvolgeva completamente le categorie del passato, rendendo definitivamente inadeguate le tradizioni politiche del Novecento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il parto, come ho già detto, fu però travagliato. La lista Uniti nell’Ulivo, che allora comprendeva DS, Margherita e Socialisti Democratici Italiani di Boselli, alle elezioni europee ottenne uno straordinario risultato: fu votata da un terzo degli italiani, affermandosi nettamente come prima forza davanti a una Forza Italia in netto calo di consensi (il PDL era ben là da venire). Subito dopo le europee però Rutelli e Marini decidono lo stop. La Direzione Nazionale della Margherita delibera il no al progetto di un partito riformista, no alla riproposizione della lista unitaria alle elezioni regionali del 2005, che alla fine fu comunque presentata ma solo in alcune regioni.&lt;br /&gt;Il centrosinistra ottenne comunque una vittoria assai larga in dieci regioni su quindici, tenendo così in piedi la leadership di Prodi, seppure indebolita dal venir meno del suo progetto del partito dell’Ulivo.&lt;br /&gt;Il Partito unico fu sostituito dalla fantomatica Fed e nacque così anche l’idea, come surrogato del partito riformista per la legittimazione della leadership prodiana., delle primarie dell’Unione, in cui Prodi si confrontò con Bertinotti, Pecoraro Scanio e qualche altro candidato di bandiera. Fu lo straordinario successo di questo esperimento, con la partecipazione inattesa di milioni di cittadini nella domenica del 14 ottobre 2005, a rilanciare il progetto. Che tuttavia continuò ad incontrare resistenze, ostacoli, ritardi. Lo Sdi di Boselli intanto decise di uscirne e di riprendere il doloroso cammino della diaspora socialista. La Margherita, ancora sospettosa e ossessionata dall’idea di contarsi per non essere assorbita dai DS, impose che per le prossime elezioni politiche del 2006, dove la vittoria del centrosinistra si annunciava scontata e netta, la lista unitaria dell’Ulivo fosse presente soltanto nelle circoscrizioni della Camera dei Deputati e non su quelle del Senato della Repubblica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come i fatti sono andati poi è noto. La vittoria dell’Unione fu assai risicata, soprattutto al Senato in cui la coalizione era priva di una maggioranza numerica certa. Forse, con una lista dell’Ulivo che alla Camera prese circa 4 punti in più della somma di DS e Margherita al Senato, le cose sarebbero andate diversamente, ma la storia si è soliti dire con un luogo comune non si fa con i se.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il nuovo Governo Prodi cominciò la sua convulsa e stentata esistenza, prigioniero di una coalizione frammentata e litigiosa, mentre il progetto del Partito Democratico, come lo si cominciò a denominare, fu affidato ai tempi lunghi e del resto inevitabili dei Congressi dei partiti fondatori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La celebrazione dei congressi, per partiti che facciano della democrazia una regola di vita anche interna, era un momento necessario oltre che opportuno, ma probabilmente era tutto il processo che doveva essere avviato prima, e concluso prima delle elezioni politiche. Se è vero come è vero che la prima motivazione immediata, che stava alla base della volontà di costituire il nuovo partito, era conferire stabilità e forza al Governo di centrosinistra, che sarebbe nato dopo la seconda sconfitta di Berlusconi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non voglio ora qui ripercorrere tutta la storia tormentata dell’ultimo Governo Prodi, il mio intento in queste pagine iniziali è solo ricordare le tappe essenziali che portano alla nascita del Partito Democratico, per evidenziare, anche ai lettori meno attenti alle vicende politiche, le ragioni delle sue difficoltà presenti e individuare le sue “chance” future.&lt;br /&gt;Credo tuttavia a questo punto di dover introdurre una riflessione forse troppo trascurata dagli analisti e dai leader del centrosinistra sulla vitalità della destra berlusconiana, sulla sua forza nel Paese, senza di cui non si colgono fino in fondo le ragioni delle contraddizioni del centrosinistra e della sua sconfitta, e si finisce col pensare che tutto sia attribuibile agli errori e alle incapacità dei suoi gruppi dirigenti, che pure hanno pesanti responsabilità (compresa quella di non aver capito le ragioni della forza di Berlusconi e averlo sottovalutato sul piano politico).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Berlusconi, che al termine dell’esperienza fallimentare del suo secondo governo era dato per politicamente morto, è riuscito a trasformare la sconfitta del 2006 in una sua vittoria. In primo luogo, c’è da sottolineare l’abilità e la spregiudicatezza con cui all’ultimo momento utile, al termine della legislatura, detenendo ancora la maggioranza parlamentare aveva saputo modificare la legge elettorale nella direzione a lui più favorevole, per minimizzare il vantaggio della coalizione avversaria che con un sistema maggioritario uninominale avrebbe sicuramente trasformato il suo consenso in un numero maggiore di seggi parlamentari. In secondo luogo, si è reso protagonista di una straordinaria rimonta elettorale, riuscendo ancora una volta ad estremizzare il confronto e trasformarlo in un referendum per scegliere tra lui e i “comunisti”, ciò anche grazie al controllo dei mezzi di comunicazione di cui dispone. Tra le varie cretinerie che in questi anni si sono diffuse nella politologia d’accatto italiana e subite dalla sinistra c’è l’idea che il controllo dei mass media non sia decisivo… certo l’influenza delle televisioni non è decisiva per tutti gli strati sociali, non lo è per gli intellettuali che scrivono sui giornali, non lo è per i ceti più istruiti, ma lo è per quelle ampie fasce “teledipendenti” che poi determinano il risultato finale e che furono quelle che, sfiduciate dai risultati del suo Governo, per l’appunto Berlusconi riuscì tuttavia con la sua potenza mediatica a mobilitare e a riportare al voto; l’affluenza alle urne fu, infatti, straordinaria, vicina al 90%. Certo, non basta controllare i mezzi di comunicazione, bisogna anche saperli usare, ed in ciò Berlusconi riesce quasi sempre alla perfezione, e così fu in quella campagna elettorale, dove riuscì ad individuare i temi su cui trascinare al voto il suo elettorato: la sicurezza e le tasse sopra ogni altro, e capitalizzarli con rendimento a breve sul consenso.&lt;br /&gt;In terzo luogo, subito dopo le elezioni, porta fino in fondo la resa dei conti sulla leadership nella sua alleanza, stringendo l’asse con Bossi e soprattutto, prendendo spunto dal progetto del Partito democratico, con la costituzione “dal basso” del partito unico del centrodestra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abbiamo molto ironizzato a sinistra, e continuiamo a farlo, sul modo con cui Berlusconi è arrivato a costituire il Partito del Popolo delle Libertà. Sta di fatto che quel partito ha avuto un grado di omogeneità interna, di coesione, capacità espansiva e certezza della leadership superiore al Partito Democratico, che le vicende giudiziarie e il dualismo con Fini solo in parte ha incrinato. E quindi bisogna chiedersi il perché. Provo a farlo in breve. Intanto, quando Berlusconi ripete che il suo partito è nato dal basso e non è stato frutto di un’operazione verticistica come il PD dice la verità. E’ così. Nonostante le nostre primarie. Ovviamente, in tutte le operazioni politiche, soprattutto nella fondazione di un partito nuovo, c’è una componente importante di verticismo così come di “spontaneismo”. Le primarie del PD sono state comunque un processo mediato e filtrato dai gruppi dirigenti che selezionano le candidature, elaborano le proposte e i temi del dibattito, scelgono le procedure, ecc. quindi c’è stata una direzione dall’alto così come c’è stata nel metodo plebiscitario con cui Berlusconi ha costruito il PDL. Con la differenza che la leadership di Berlusconi era ed è tuttora, nonostante le crescenti difficoltà legate più a fatti personali che a questioni politiche, assai più popolare di quella di qualsiasi altro leader politico, senza bisogna di alcuna ulteriore legittimazione da parte delle primarie. Certo la sua popolarità ha avuto alti e bassi. Ci sono stati leader, nella fattispecie Fini da un lato e Veltroni dall’altro, che sono stati altrettanto se non più popolari in alcune fasi. Ma nessuna ha un’adesione popolare spontanea duratura come l’ha avuta Berlusconi. Nessuno la sua capacità di apparire estraneo al ceto politico, nonostante ne sia membro a pieno titolo da 15 anni e abbia relazioni strette con esso da decenni, senza di cui non avrebbe mai costruito il suo impero mediatico ed economico; ceto politico verso cui il popolo italiano, antipolitico da sempre, nutre un crescente disprezzo, tanto maggiore, quanto più ci si rispecchia nelle frustrazioni, proprie di una società sempre più frammentata e divisa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ciò in virtù sempre del suo controllo ed uso dei media e soprattutto della sua capacità di rappresentare e dare voce alle pulsioni profonde del Paese.&lt;br /&gt;E nessuno a parte lui ha la possibilità di trasformare il suo consenso popolare direttamente in partito, in un partito fatto a sua immagine, che coincide con la sua persona ed il suo carisma. Ed è facendo leva su questa forza che Berlusconi promuove il partito unico del centrodestra, bypassando non solo i gruppi dirigenti dei partiti suoi alleati, Casini che sceglierà di restare fuori prima dal PDL e poi dall’alleanza, e Fini costretto a partecipare alle “comiche finali” e subire l’iniziativa berlusconiana in posizione di subalternità, ma anche del suo partito-azienda. Lo fa promuovendo una nuova “classe” di dirigenti giovani dal basso, attraverso i circoli, diversi e tra loro in competizione, della Brambilla e di Dell’Utri. Non si è fatta nessuna analisi e nessuno studio sui Circoli della libertà e su quelli del Buon Governo, sul loro apporto alla nascita del PDL, e sul tipo di dirigenti che quelle esperienze hanno prodotto. Eppure sarebbe interessante per capire la natura del nuovo partito, e di come esso sia nato concretamente dal basso, promovendo una nuova leva proveniente dai ceti sociali più “berlusconizzati”: piccoli imprenditori, professionisti, giovani del ceto medio in cerca di successo immediato, aspiranti veline con tanto di titolo di laurea, ecc. Berlusconi non ha bisogno delle primarie, per queste ragioni. E può rapportarsi direttamente con il suo popolo, infischiandosene della mediazione dei gruppi dirigenti dei partiti, “litigiosi” per definizione, ed anzi strumentalizzando ed piegando ai suoi scopi le loro rivalità. Il contrario di quel che accade ai leader del centrosinistra e del PD, che hanno bisogno delle primarie per legittimarsi per essere dal giorno dopo logorati dalla rissa continua nel cortile di casa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’altra ragione è che l’indiscutibilità della leadership e la sua forza rendono molto più disciplinata e compatta la classe dirigente del PDL. Berlusconi controlla in modo militare il suo partito, secondo il più ferreo dei centralismi democratici. La mancanza di litigiosità e persino di qualsiasi dissenso portato in pubblico, lungi dall’essere un disvalore agli occhi dell’opinione pubblica, rappresentano al contrario un valore aggiunto, una garanzia di affidabilità verso gli elettori. Oggi troppo sbrigativamente si comincia a discutere delle debolezze del PDL, Il Riformista ha parlato di “amalgama mal riuscito”, citando un giudizio di D’Alema a proposito del PD. E’ presto tuttavia per poter dire che il PDL va verso una crisi irreversibile, il dato oggi è quello di una permanente forza della leadership berlusconiana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infine, Berlusconi rappresenta l’italiano medio, il suo senso comune, le sue paure e i suoi desideri, che in parte sono stati creati e plasmati dalle tv Mediaset, ed esercita pertanto un’egemonia culturale indiscussa in un Paese sempre più individualista e cinico. Non è nuova questa analisi, e non sono il primo a farla. Anche da parte dei gruppi dirigenti del centrosinistra è stata fatta più volte nel corso degli anni. Ciò che invece è sempre mancata è la consapevolezza di una strategia adeguata di contrasto, su cui tornerò, che secondo me avrebbe dovuto aggredire i seguenti punti: una riforma che liberalizzasse il sistema televisivo, rompendo quel duopolio Rai - Mediaset, che consente al leader del PDL di controllare quando va bene metà delle televisioni, quando va male, cioè quando è a capo del governo, la quasi totalità di esse; una profonda riforma della scuola, che ne facesse il principale organismo di diffusione nel Paese di una cultura solidale, moderna, laica, non faziosa, democratica; la costruzione di un partito riformista, che sta appunto alla base del progetto del PD, realmente popolare, di massa se mi è consentita un’espressione desueta, così come è possibile nella società di oggi, e quindi non certo con le tradizionali e gloriose sezioni, che pure sono state importanti in passato. Questioni che il centrosinistra, nei primi due casi, non ha saputo affrontare e portare a termine; nel terzo lo ha fatto con ritardo e con le difficoltà risapute.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo contesto, di estrema fragilità e impopolarità del Governo dell’Unione e di riorganizzazione della destra berlusconiana nella società, c’è l’accelerazione della fondazione del Partito Democratico. La successione dei fatti è decisiva per capire cos’è che accade nel centrosinistra e per smontare definitivamente l’accusa verso il PD e verso il suo leader Veltroni di aver determinato più o meno volontariamente la caduta del Governo. Prodi ed il suo Governo sono al massimo di impopolarità. Il centrosinistra subisce nelle elezioni amministrative del 2007 una batosta senza precedenti, anche le liste dell’Ulivo, dove presentate, registrano un grave arretramento di consensi.&lt;br /&gt;Il Governo unionista è a rischio permanente di crisi definitiva, e c’è il pericolo che ciò determini anche l’aborto del nascituro PD. Per questa ragione, si accelera il processo, stabilendo di far nascere il PD con l’elezione mediante primarie del suo leader nel mese di ottobre, e si chiede al Sindaco di Roma di rendersi disponibile, candidandosi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Walter Veltroni è in quel momento il leader più amato dall’opinione pubblica, non solo del centrosinistra, superando nei sondaggi anche Fini e Berlusconi. Da tempo se ne parla come prossimo candidato premier. Come ipotesi però di là da venire. Agli inizi il sindaco in carica della Capitale non sembra intenzionato a mettersi in gioco per la leadership del partito. Di fronte però alla crisi verticale di consensi del Governo e della nuova forza riformista, sull’orlo del baratro prima ancora di nascere, il pressing si fa insistente, tutti sono concordi, da Fassino a D’Alema, da Marini a Rutelli, che è l’unica personalità in grado di riunificare le diverse anime del nascituro partito e rilanciarne le sorti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Veltroni accettò la candidatura alla leadership del Partito Democratico, e lo fece con un discorso di grande efficacia, pronunciato al Lingotto di Torino, che ebbe subito l’effetto di far crescere l’entusiasmo e le speranze di un popolo progressista disorientato e deluso e di ridare fiato e consenso, registrato immediatamente dai sondaggi, al progetto democratico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il discorso del Lingotto resta a mio avviso un caposaldo, che descrive con efficacia ineguagliata identità, profilo, ragioni di essere del Partito Democratico. L’idea di riunire e riconciliare il Paese. La riforma del sistema politico in direzione di un bipolarismo maturo, fondato sulla reciproca legittimazione degli schieramenti avversari, tra destra e sinistra. La modernizzazione dell’Italia che passa per la riconversione ecologica e per una ripresa della mobilità in una società troppo chiusa e diseguale. La lotta alla precarietà del lavoro come grande questione sociale attuale. Il patto tra generazioni come leva per riformare lo Stato sociale. Il cambio di approccio da parte della sinistra alla questione fiscale, non più punitivo verso i ceti medi, e nel rapporto con il mondo delle imprese, in specie medio - piccole.&lt;br /&gt;Erano i pilastri, individuati con grande chiarezza, dell’agenda di cui aveva bisogno una forza riformista moderna per ricominciare a parlare alla maggioranza degli italiani, ad un Paese cui Berlusconi si limitava a lisciare il pelo, ma che aveva bisogno di cambiare profondamente per ricominciare a correre.&lt;br /&gt;Con alcuni punti deboli: in primo luogo, l’assenza di un riferimento alla centralità della questione europea. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Veltroni diventa segretario del PD, con le primarie del 14 ottobre 2007 che vedono la partecipazione di 5 milioni di italiani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La nascita del PD accelera, e non poteva essere diversamente, la crisi di una maggioranza che non sta più in piedi e che non era più in grado, prima ancora che Veltroni diventasse segretario, di governare il Paese efficacemente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Romano Prodi spreca anche l’ultima chance di sopravvivenza del Governo, che ha ottenuto la fiducia della Camera, rifiutandosi di restituire il mandato al Presidente della Repubblica, come da questi consigliatogli, senza andare al voto del Senato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E così, ci si reca alle urne. Con Veltroni candidato del PD alla premiership, contro Berlusconi. Una missione impossibile. E il leader del PD fa l’unica cosa che poteva essere fatta per sparigliare: sceglie di rinunciare alla coalizione larga. Il PD andrà da solo, con l’IDV, costola del PD (il partito di Di Pietro è nato da una scissione della Margherita, in molti lo dimenticano), unico alleato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con questa scelta, il PD si rende protagonista dell’unica riforma vera del sistema politico italiano degli ultimi 15 anni, dopo l’introduzione del maggioritario nel 1994, con la differenza che questa volta è la volontà dei soggetti politici, dei partiti, a determinarla, e non una modifica legislativa per via referendaria. Finisce la stagione delle coalizioni larghe e rissose, comincia quella di un bipolarismo maturo. Berlusconi è costretto a rincorrere, ed adeguarsi. An e Lega colgono la palla al balzo per liberarsi di Casini, è Fini a farsi interprete di questa esigenza, ponendo la condizione che tutte le forze dell’ex Casa delle Libertà convergano nel partito unico, fatta eccezione per la forza “regionalista” di Bossi. L’UDC non accetta e correrà sola alle elezioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per una volta, è il centrosinistra ad imporre la sua agenda alla destra, se non che il paradosso è che questa si rivela più preparata della prima ad affrontare il nuovo scenario. La destra è più compatta e coesa, Berlusconi riesce ad unificare nel PDL anche le varie forze minori della coalizione, mentre il centrosinistra, uscito dilaniato dall’esperienza di governo si spacca. Le varie componenti della sinistra radicale si presenteranno in ordine sparso alle elezioni, non riuscendo a superare la soglia di sbarramento per accedere ai seggi parlamentari, la stessa scelta suicida verrà compiuta anche dai socialisti di Boselli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il PD guidato da Veltroni farà una campagna elettorale circondata dall’entusiasmo dei suoi militanti ed elettori, in molti si illuderanno di una rimonta, che in realtà c’è ma è insufficiente non solo a rovesciare il risultato, ma anche ad evitare una sconfitta netta e di ampie dimensioni. Perché il punto di partenza è troppo basso. Il PD otterrà risultati lusinghieri nei grandi centri urbani e persino in alcune zone del nordest, a dimostrazione che il messaggio veltroniano riesce a “sfondare” nei ceti più dinamici, ma non nell’Italia profonda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho cercato di ricostruire in breve ma con puntualità i fatti. Non per difendere la leadership veltroniana e le sue scelte, che pure ha avuto meriti innegabili nel consentire la nascita del partito, ma perché siano chiare le ragioni di una sconfitta, su cui i democratici italiani, avendo ormai perso l’abitudine a dibattiti veri e basati su analisi scientifiche della realtà e dei dati, non hanno ancora riflettuto sufficientemente a distanza di 18 mesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sconfitta del 2008 è eredità principale del fallimento del Governo Prodi. Il centrosinistra paga le sue divisioni ed i suoi errori. Da ultimo, quello di non aver utilizzato l’ultima manovra finanziaria per una consistente opera di redistribuzione del reddito, a favore di salari, stipendi e pensioni, essendo prevalsa la linea rigorista di Padoa Schioppa, Ministro dell’Economia. C’erano tutte le ragioni per farlo, già cominciavano a spirare i venti della crisi, anche se la maggioranza degli economisti ortodossi non se ne rendeva conto, ed in Italia ormai da tempo c’erano un enorme problema riguardante il potere d’acquisto sempre più ridotto dei ceti medi e bassi. Una scelta di questo tipo avrebbe consentito al Governo di recuperare consenso tra le fasce popolari, ormai in caduta libera da mesi, ancora prima della fondazione del PD. Bastava viaggiare su qualche autobus, o in metropolitana, e ascoltare le conversazioni della gente comune, come mi capitò personalmente in più di un’occasione, per rendersene conto. Che queste furono le cause della sconfitta, lo dimostrò il risultato elettorale catastrofico delle forze alla sinistra del PD. Il centrosinistra nel suo complesso era stato punito per le sue risse e per non aver fatto una politica a favore dell’elettorato più popolare. E l’innovazione del PD soltanto in parte riuscì a contenere una sconfitta, che poteva essere ancora più rovinosa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il resto è cronaca recentissima. La segreteria di Veltroni dopo la sconfitta alle elezioni politiche, e dopo aver perso anche l’Amministrazione di Roma, avrà vita travagliata fino alle sue dimissioni, travolta dagli scandali giudiziari che vedranno coinvolti amministratori democratici di diverse realtà importanti (Abruzzo, Napoli, Firenze) e da sconfitte pesanti in alcune elezioni regionali (Abruzzo, Sardegna).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Voglio aggiungere solo questo. La leadership veltroniana soccombe non per aver portato avanti con coerenza il progetto del Lingotto, ma per il suo contrario. Veltroni, indebolito soprattutto dalla sconfitta di Roma – dovuta al gravissimo errore di aver candidato Rutelli e non Nicola Zingaretti –fa diversi passi indietro. Accetta la gestione collegiale, anziché dare vita ad un gruppo dirigente giovane, coeso, motivato. E rimane prigioniero delle correnti, che a poco a poco lo affossano. Egli a sua volta è colpevole di cercare continuamente le mediazioni, rinunciando a prendere posizione sulle questioni più spinose, che invece si sarebbero dovute affrontare per dare identità e riconoscibilità ad un partito privo di una fisionomia definita, dal rapporto con la Chiesa a quello con i sindacati, dalla bioetica al legame con la sinistra europea, ecc.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Franceschini, vicesegretario di Veltroni, gli succede. Egli riprende il filo del Lingotto, correggendo alcuni errori: il rinnovamento dei gruppi dirigenti viene impostato non sulla base dell’improvvisazione ma attraverso la scelta oculata di giovani dirigenti formatisi attraverso la “gavetta”, sulle questioni controverse viene introdotto il principio della decisione a maggioranza, è ripreso il rapporto con i sindacati, CGIL compresa, e così via. Alle elezioni europee del 2009 il PD riesce a contenere i danni, risultando uno dei partiti dell’area progressista europea più votato con il 26% dei consensi. La verità, infatti, è che tutta la sinistra riformista europea, o centrosinistra che dir si voglia, è entrata in una crisi profondissima, cui il Pd non è estraneo e che cercherò di analizzare nelle pagine seguenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel frattempo, attorno a noi, il mondo è radicalmente mutato.&lt;br /&gt;L’ipercapitalismo finanziario scoppia, travolto dalla bolla speculativa dei titoli sub prime, e l’economia mondiale entra nella crisi recessiva più grave dai tempi del crack di Wall Street del 1929.&lt;br /&gt;Gli americani, resi coscienti dei guasti del loro modello di sviluppo, a causa della crisi economica e delle catastrofi ambientali che hanno distrutto intere città come New Orleans, eleggono per la prima volta della storia un afroamericano come Presidente, Barack Obama.&lt;br /&gt;A Pechino si svolgono le Olimpiadi del 2008, proiettando alla ribalta mediatica mondiale l’ascesa del gigante cinese, con tutte le sue contraddizioni. Poche settimane prima dell’inizio dei Giochi il regime aveva represso nel sangue la rivolta tibetana.&lt;br /&gt;La Russia putiniana, in preda alle nostalgie imperiali del suo nuovo zar, invade l’Ossezia.&lt;br /&gt;I governi occidentali danno luogo, per contrastare la recessione, al più massiccio intervento pubblico nell’economia mai visto nella storia del capitalismo, anche se con risorse in gran parte destinate al salvataggio degli istituti bancari.&lt;br /&gt;La Fiat chiude un accordo storico di fusione con la Chrysler, nazionalizzata dal Presidente americano neoeletto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siamo di fronte ad un nuovo crinale della storia, che dal crollo del Muro di Berlino in poi, passando per l’attacco terroristico alle Twin Towers di New York, non ha smesso di cambiare vertiginosamente e di riservare svolte imprevedibili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questi mesi, ho fatto conoscenza della Rete e delle sue straordinarie potenzialità, seppure a mio modo. Il blog e poi facebook sono diventati luogo delle mie riflessioni sulla politica italiana, sul mio partito e sul mondo straordinario e terribile che ci circonda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le pagine che seguono sono frutto delle riflessioni e del confronto avuto con centinaia di persone sulle ragioni, sulle difficoltà e sulla crisi irrisolta del Partito Democratico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il dibattito del Congresso, che ha visto scontrarsi Bersani e Franceschini, con il dott. Marino terzo incomodo, è stato molto ripiegato all’interno, incapace di fare i conti a mio avviso con i nodi veri delle nostre difficoltà: le cause della sconfitta del 2008 e del radicamento della destra berlusconiana; le ragioni dell’arretramento della sinistra europea, di cui il PD fa parte; il fallimento delle esperienze di Governo del centrosinistra, che non è riuscito a prospettare un modello di integrazione unificante del Paese; il deficit di identità ossia di capacità egemonica del nuovo partito.&lt;br /&gt;(segue...)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2328171715272376701-6372288252227479153?l=seilpartitodemocratico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/feeds/6372288252227479153/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/2009/12/diario-dun-democratico-nella-rete-breve.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2328171715272376701/posts/default/6372288252227479153'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2328171715272376701/posts/default/6372288252227479153'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://seilpartitodemocratico.blogspot.com/2009/12/diario-dun-democratico-nella-rete-breve.html' title='BREVE SAGGIO INTRODUTTIVO. PRIMA PARTE'/><author><name>a. c.</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry></feed>
